Pagina:Colombi e sparvieri.djvu/137

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lumba scese di corsa la scaletta e raggiunse la cucitrice.

— Zia Martina, se vedete la straniera ditele da parte mia che non s’immischi più nei fatti miei!

Ma zia Martina pensava ad altro: si fermò un momento sulla porta e disse aggrottando le sopracciglia:

— Testimonie mi siete voi, sorelle Corbu, che Margherita è venuta lei a cercarmi; testimonie mi siete voi.

Gettò un soldo al mendicante e s’allontanò, e mentre nel silenzio della straduccia risuonava la voce monotona dell’uomo che benediva Sant’Elia e Sant’Anna per la limosina avuta, Columba rientrò a casa sua chiudendo a chiave la porta.

L’incidente toccato alla serva del dottore la interessava fino a un certo punto. Ella aveva da pensare ai casi propri, e solo quando poteva sfuggire ogni compagnia e immergersi tutta nei suoi pensieri provava la calma triste di chi non spera più nulla. Ma quel giorno anche questa le sfuggiva. Gira e rigira per la grande casa silenziosa, tornò nella sua camera e sollevò il coperchio della cassa ove Banna aveva deposto i vestiti. Il sole al declino penetrando per l’uscio aperto sulla veranda illuminava la cassa: fra il nero dell’orbace i lembi di scarlatto parevano macchie di sangue e il panno giallo aveva un luccichìo d’oro; una rosellina violacea spiccava su un fondo di velluto verde come sull’erba di un prato. E di nuovo la fidanzata cadde in una specie di doloroso incantesimo: le parve di vedere il malato, ricordò che egli un tempo le diceva:

— Finchè staremo in paese indosserai il costume, per non far dispiacere al nonno; ma se andremo, come spero, a vivere in una città ti