Pagina:Colombi e sparvieri.djvu/155

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l’ho fatto! Ed a me che cosa non han fatto? Dovevo lasciarmi ammazzare? Se Dio mi ha messo al mondo era per vivere, e se m’ha dato i piedi era per camminare, e le mani per levare la siepe dal varco.

La pipa intanto si era di nuovo spenta, ed egli la succhiava ancora, ma sentiva la saliva amara. Sputò con rabbia, poi si alzò e andò a guardare il cavallo che sonnecchiava ruminando il fieno coi denti malandati. Era una vecchia bestia coperta di cicatrici e con le orecchie mozze, più d’una volta accoltellata, e sfregiata dai nemici del vecchio: egli l’amava per questo. Riempiendo d’erba la mangiatoia e sentendo sulla guancia l’alito caldo che usciva dalle narici del cavallo provò un senso di tenerezza.

— Siamo vecchi. — disse, battendogli la mano sulla schiena, — ma la nostra pelle è dura.... E se occorre trottiamo ancora....

Rientrò, chiuse la porta e si coricò sulla stuoia. Quando era inquieto non si svestiva mai e preferiva la stuoia al letto conservando così l’abitudine di tenersi pronto per qualsiasi evento. Nulla adesso lo minacciava; tutti i suoi erano sani, gli affari andavano bene; Columba doveva sposare un uomo ricco; eppure egli continuava a sentire quel senso di inquietudine che dà l’appressarsi di un pericolo.

S’addormentò pensando a Innassiu Arras, e nel dormiveglia si sforzava ancora a sorridere con disprezzo ed a mormorare la parola «poltrone», ma anche il ricordo del suo antico nemico, oramai innocuo, gli destava quella sera un vago malessere. Come quasi tutti i vecchi egli dormiva poco e male, e dopo alcune ore di sonno agitato si svegliò. Il fuoco s’era spento; la tramontana soffiava scuotendo la porta del cortile. Egli sentì freddo; allungò il braccio per tirar su una

Deledda, Colombi e sparvieri. 10