Pagina:Colombi e sparvieri.djvu/182

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un grappolo di bottoni, li pesava sul palmo della sua mano e diceva:

— Scommetto che valgono quanto un branco di pecore!

E il nonno cominciò a raccontare una storia: — In quei tempi, quando avevo le ginocchia svelte e giravo, incontrai un pastore di Dorgali che mi raccontava i fatti suoi. Egli dunque s’era sposato, poco tempo prima, e per «donare» la sposa aveva venduto il suo gregge. Sì, cento pecore aveva, cento ne vendette; e comprò i gingilli, ed ecco che non aveva più gregge, e due giorni dopo le nozze la sposa gli disse: bello mio, perchè non vai all’ovile a guardare il tuo gregge? Egli rispose: bella mia, il nostro gregge è dentro la tua cassa! Ma la sposa non era una sciocca: vendettero i gingilli e ricomprarono il gregge!

— Zuamprè! — gridò il cognato. — tu certo non hai fatto così!

— Marito mio, perchè dici queste scempiaggini? Neanche per scherzo devi dirle! Sorella mia, Columbè, misura....

Columba pareva immersa iu un sogno: lentamente aveva steso le mani brune e toccava i gioielli, ma quasi furtivamente, come un ladro che è tentato a prender un oggetto prezioso ma ha paura. A un tratto però decidendosi all’improvviso allargò le dita e misurò gli anelli; ma tutti erano larghi ed alcuni parevano anelli di gigantessa tanto erano grossi e pesanti.

Ella si mise a ridere: scosse la mano con le dita iu giù, e gli anelli ricaddero sulla tovaglia fra i bottoni aggrovigliati come grappoli d’oro e d’argento.

Il vedovo disse goffamente:

— Eh, non sapevo che avevi le dita così magre!

Ella sollevò gli occhi e cessò di ridere.