Pagina:Colombi e sparvieri.djvu/286

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 276 —

felice di me se al nostro Jorgeddu stanotte apparirà in sogno la personcina che lui sa e gli darà la mano per aiutarlo ad alzarsi....

— Egli non ha bisogno di sogni: gli basterebbe la sua sola volontà; ma è questa che gli manca. Egli ha finito con l’abituarsi alla sua posizione, e prende gusto alla sua immobilità; egli è semplicemente un poltrone, come dico il vetturale.

Come evocato da queste parole ecco il vetturale attraversare zoppicando il cortile e battere alla porta sebbene aperta della stamberga.

— Posta!

Jorgj aveva già sentito il passo e palpitava ansioso: i suoi occhi si fecero grandi e luminosi, il suo braccio scarno parve allungarsi straordinariamente per prender con maggior rapidità la lettera che il vetturale porgeva.

— Ebbene, come andiamo, Jorgeddu? Ancora a letto? A quest’ora? Alzati, su, poltrone, stanotte è San Giovanni; andremo a coglier l’alloro per metterlo sui muri onde i ladri e le volpi non li possano saltare....

Il dottore rideva fragorosamente, additando l’uomo a prete Defraja.

— Lo sente? I suoi Evangelisti parlavano così! Jorgj guardava come affascinato la sottile lettera che gli tremava fra le mani, azzurra e profumata come un fiore, e non pensava ad aprirla. Voleva esser solo, per godersi tutta la sua gioia; prete Defraja lo capì e si alzò per andarsene, mentre il vetturale si batteva una mano sulla gamba indolenzita dicendo al dottore:

— Di tanto in tanto mi fa questo scherzetto, sì, e l’unico rimedio, per farla trottare, è di minacciarla della sega!... Allora si muove, vi dico!

Il dottore rideva guardando prete Defraja.

— Lo sentite? Questo è un uomo!

Ma il prete non aveva voglia di continuare a