Pagina:Colombi e sparvieri.djvu/36

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 26 —


— Io amo Dio e da lui aspetto giustizia: non amo l’uomo appunto perchè gli manca il senso della giustizia. Mi provi lei che c’è al mondo un uomo giusto, e tornerò a credere nell’uomo.

— Che devo fare?

— Ebbene, ascolti; io le farò la mia confessione, poichè lei vuole questo da me.... Gliela scriverò.... poichè voglio che ella si fermi bene in mente ogni mia parola; le dirò i miei errori, i miei falli.... E lei.... lei.... dal pulpito, quando i fedeli sono raccolti in chiesa, legga o dica ciò che io le confesserò.

Il prete sorrise.

— Che v’importa del giudizio degli uomini? voi dovete amarli quali essi sono.

— E allora anch’essi mi amino quale io sono, o stiano lontani da me. No, — disse infastidito, sollevando l’angolo del cuscino per nascondersi il viso, — noi non possiamo comprenderci, prete Defraja! Se ne vada; mi lasci in pace. Io non ho bisogno di nessuno; io sono tornato qui per morire, e ogni ora che passa mi distacca dal mondo. Lo dica pure ai miei nemici; io sono tornato per dar loro lo spettacolo della mia miseria. Se questo può destare nel loro cuore un palpito di pietà, se essi, nel loro intimo, possono dire a loro stessi: noi siamo ingiusti, bisogna ravvederci!... ebbene, prete Defraja, la mia sventura non sarà stata inutile, ed io benedirò il Signore che per mezzo del mio affanno ha ancora una volta toccato il cuore dell’uomo.

Ma il prete non capiva, o fingeva di non capire, e cercò di metter termine al doloroso colloquio.

— Calmatevi, calmatevi.... Voi tremate e sudate.... Ciò può farvi del male. Io me ne andrò, adesso, e vi domando scusa se la mia presenza vi ha irritato.... Non discutiamo più; io sono