Pagina:Colombi e sparvieri.djvu/68

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Ricordo; avevo nove anni e vivevamo in questa casupola, mio padre, la mia matrigna ed io. Mio padre era quasi sempre assente o non voleva che lo seguissi all’ovile perchè desiderava che io studiassi per diventar notaio o prete. Quando non andavo a scuola vagavo per le strade del villaggio o litigavo con la mia matrigna, la quale forse conservava per me l’odio di famiglia. Un giorno io ritornavo dall’attingere acqua quando vidi mio padre e un contadino di Nuoro salire la scalinata della piazza. Sapevo che mio padre doveva al contadino il fitto di una tanca; preso quindi da curiosità corsi giù per il viottolo, deposi i recipienti dell’acqua e corsi via. La mia matrigna, affacciatasi alla finestrina della camera di sopra, mi richiamava con strilli d’aquila, augurandomi di morir di fame o di esser perseguitato da qualche cattiva fata. Ma io correvo come una lepre ed in un attimo fui sulla piazza, dove del resto passavo buona parte della giornata guardando come affascinato il panorama di valli grigie e verdi, le cascate di roccie, le pianure lontane e le montagne che chiudono l’orizzonte.

Il vento soffiava ininterrotto come sulla vetta di un’alpe, gli alberi mormoravano e grandi nuvole argentee passavano sul cielo di un turchino intenso.

Vidi mio padre e il contadino seduti su una panchina e piano piano andai ad appoggiarmi al parapetto poco distante da loro.

Del resto essi parlavano a voce alta e pareva litigassero; un vecchio con una lunga barba gialla seduto all’orientale sopra la panchina attigua cercava di metterli d’accordo.

— Sant’uomo, — diceva il contadino, — io ho bisogno di denari non di chiacchiere: non me ne andrò di qui, oggi, senza i denari, perchè do-