Pagina:Colombi e sparvieri.djvu/73

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sto a esagerare le sue storie per spaventare le donne.

— Una volta fui ferito; sì, una palla mi attraversò l’omero, così l’ira di Dio attraversi l’anima del mio nemico. Bene; il sangue colava di qui (col mento si toccò il braccio) come l’acqua dalla brocca: ed io zitto. Mi buttai dietro una roccia e stetti là zitto e immobile tre giorni: sentii passare qualcuno ma non chiamai. E se era il mio nemico, che il Signore lo disperda come polvere ai venti? Alla forca! No, meglio morire che aprir bocca per domandar soccorso. Finalmente un amico mi trovò; avevo già perduto i sensi e stentarono a salvarmi.

— Contate, ziu Remù, contate quando vostra moglie venne a cercarvi!

— Ah, quella volta la bocca l’ho aperta! Ah, piccole lucertole mie, quella volta sì. Dunque mia moglie venne a trovarmi. Ero nel salto «de S’Ena e Melas», dove una volta abbiamo avuto il bestiame. Mia moglie sapeva la strada. Ebbene, e non c’era il nemico, in agguato, che sparò contro la donna? Ah, che tu sii squartato, maledetto demonio; tu volevi bere il mio sangue, il sangue mio; volevi uccidere anche mia moglie? Essa era pallida come la cenere, ma non tremava. Io cominciai a urlare; le mie grida echeggiavano come i ruggiti del leone nel deserto: il nemico fuggì e ci lasciò tranquilli, perchè credette che con me ci fossero altri venti uomini, tanto avevo gridato.

— Contate, contate, — dicevan le donne; e il vecchio raccontava.

La luna attraversava il cielo sopra la straducola rocciosa e le figure e il paesaggio apparivano in bianco e nero come in una nitida acquaforte, o in nero e rosso se la notte era interlunare e dalle casette usciva il chiarore del fuoco.