Pagina:Colombi e sparvieri.djvu/93

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— E tu, quando farai l’avvocato, tu non ti farai pagare per gridare? E ti cacceranno via allora, dal Tribunale o dalla Corte?

Una sorda irritazione mi prese. Gli domandai se si burlava di me, ed egli s’alzò e sollevò il bastone; io balzai davanti a lui gridando:

— Percuotetemi pure, ma cercate almeno di capire quello che dite e che fate.

Columba che fino a quel momento era stata in un angolo a guardarci con occhi spauriti si precipitò in mezzo a noi piangendo; il vecchio abbassò il bastone e ci guardò entrambi con disprezzo.

— Non ho mai detto una parola senza pensarci su sette volte, — gridò rimettendosi a sedere. — così fosse di voi, scemi!

Per non continuare le questioni ripartii subito e lasciai che la mia matrigna disponesse lei dell’eredità di mio padre. Ella si ritirò in una sua casupola, ma si tenne le proprietà del piano superiore di questa stamberga. Quando ritornai la casa era desolata e vuota: io l’animavo con la mia giovinezza ed i miei sogni.

Continuai ad essere il fidanzato di Columba ma col vecchio le relazioni erano sempre tese. Eravamo due mondi che si urtavano a vicenda; egli era il passato, io mi credevo l’avvenire, e Columba andava dall’uno all’altro sballottata come un pianeta fra due astri la cui potenza di attrazione era parimenti grande e terribile.

Ma col passare del tempo mi accorgevo che l’avversione del nonno per me non era l’odio del passato contro il presente: era ancora l’«inimicizia», l’odio di famiglia. Per il vecchio io ero sempre il parente degli Arras, e bastava che nominassi zio Innassiu (del resto io non lo avevo più veduto dopo il famoso giorno delle paci) perchè il nonno diventasse ironico e cattivo.