Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/115

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punto nel mezzo del cerchio, e la terra si dice per rispetto del cielo del fermamento essere un punto; dunque ben si può dire del limbo che è nel centro della terra. Dall’ampio loco; cioè di paradiso, che è luogo amplissimo, ove tornar tu ardi; cioè ove tu desideri di tornare. Questa dubitazione che qui pone l’autore non è necessaria secondo la lettera, se non per salvare la fizione: imperò che noi sappiamo che quanto alla verità Beatrice non andò al limbo a Virgilio; ma vuole dimostrare l’autore che secondo la lettera la fizione sua è verisimile, secondo che dice essere quella di ciascuno poeta: imperò che parrebbe a molti che i beati non dovessono potere essere nello inferno: imperò che quivi è pena; nè nel limbo: però che v’è privazione di beatitudine. A che risponde, che li beati possono ire per l’inferno e per ogni luogo: imperò che non possono essere offesi da pena, nè privati da beatitudine: imperò che sono impassibili et in qualunque luogo sono, si rappresenta loro Idio che è l’obietto della beatitudine; ma l’autore mosse questo dubbio, secondo l’intelletto allegorico ovvero morale più tosto: imperò che l’uomo potrebbe dubitare, se Virgilio significa allegoricamente la ragione inferiore di Dante che era involuta nelli vizi e peccati, come sanza altro mezzo discese la santa Teologia accompagnata con la grazia cooperante, e consumante, come detto è di sopra, in lui: imperò che tale grazia non discende, se non vanno innanzi le altre delle quale si dirà di sotto; e però muove l’autore questo dubbio e soggiugne due soluzioni; la prima alla dubitazione, secondo la lettera; la seconda, secondo l’allegoria.

C. II - v. 85-93. In questi tre ternari l’autore pone la soluzione del primo dubbio, secondo la lettera la quale è in sentenzia quel che è detto di sopra; ma in parole dice così. Beatrice rispondendo al dubbio, secondo la prima intenzione: Da che; cioè poichè tu Virgilio, vuo’ saper cotanto a dentro. E ben finge l’autore che questa dubitazione movesse Virgilio che significa la ragione: imperò che la ragione è vaga d’imparare quello che per sè non vede. Dirotti brievemente, mi rispose; cioè a me Virgilio, Per ch’io; cioè Beatrice, non temo di venir qua entro; cioè in questo limbo. Temer si dee di sole quelle cose, Ch’ànno potenza di far altrui male, Dell’altre no: chè non son paurose; cioè da doverne avere paura. Questa è notabile e verissima sentenzia. Soggiugne a questa: Io son fatta da Dio, sua mercè, tale; cioè per sua grazia, sì fatta, Che la vostra miseria non mi tange; cioè non mi tocca, e questo si dee intendere di tutti li beati. E fiamma d’esto incendio non m’assale; cioè non m’assalta, e dimostra qui la fiamma dell’incendio dello inferno: chè nel limbo non è incendio; ma quando dice la vostra miseria, s’intende di quelli del limbo: imperò che in miseria sono in quanto sono privati