Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/654

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610 i n f e r n o

103E poi che fu a terra sì destrutto,
      La polver si raccolse per sè stessa,
      E in quel medesmo ritornò di butto.1
106Così per li gran savi si confessa,
      Che la Fenice muore e poi rinasce,2
      Quando al cinquecentesimo anno appressa.
109Erba, nè biado in sua vita non pasce;3
      Ma sol d’incenso lagrime et amomo;
      E nardo e mirra son l’ultime fasce.
112E quale è quei che cade, e non sa como,4
      Per forza di demon ch’a terra il tira,
      O d’altra opilazion che lega l’uomo,5
115Quando si leva, che intorno si mira,
      Tutto smarrito della grande angoscia6
      Ch’elli à sofferta, e guardando sospira;
118Tale era il peccator levato poscia.
      O potenzia di Dio, quanto è severa,
      Che cotai colpi per vendetta croscia!
121lo Duca il domandò poi, chi egli era;
      Perch’el rispuose: Io piovi di Toscana,7
      Poco tempo è, in questa gola fiera.
124Vita bestial mi piacque, e non umana,
      Sì come a mul ch’io fui: son Vanni Fucci
      Bestia, e Pistoia mi fu degna tana.8

  1. v. 105. C. M. E quel medesmo
  2. v. 107. C. M. lo Fenice
  3. v. 109. C. M. biada
  4. v. 112. Como; derivato dal latino quomodo, presso gli antichi frequente in verso e in prosa. E.
  5. v. 114. C. M. oppilazion
  6. v. 116. C. M. per la grande
  7. v. 122. Io piovi; ora piovvi nel perfetto, è la naturale piegatura dell’infinito piovere, come sarebbe altresì bevi da bevere, e movi da movere; ne’ quali tutti potrebbe dirsi che viene sotratta l’ e, piovei, bevei. L’uso vuole che ne’ primi due si raddoppi il v, affine di cessare ogni equivocazione, e all’altro dà una diversa cadenza. E.
  8. v. 126. C. M. a me fu degna tana.