Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/830

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786 i n f e r n o   xxxi. [v. 7-18]

a denotare l’une e l’altre condizioni essere in Dante, non perchè l’errore fosse grande, nè perchè Dante fosse maggiore; ma perch’era agevole e malagevole a correggere per diversi respetti: la sensualità di Dante, non sottomessa alla ragione, nè obbediente è malagevole a correggere; ma sottomessa et obbediente è agevole; e però prima pone l’una correzione e poi l’altra.

C. XXXI— v. 7-18. In questi quattro ternari l’autor nostro pone lo processo suo nella materia sua, posta la similitudine di sopra detta, dicendo come si partirono della x bolgia, et attraversando su per la ripa, che chiudeva e finiva l’ottavo cerchio, andarono alla circunferenzia sua che finiva l’ottavo cerchio, come detto è, et incominciava lo nono; e però dice: Noi; cioè Virgilio et io Dante, demmo il dosso al misero vallone; cioè volgemmo le spalle alla x bolgia, Su per la ripa che ’l cinge d’intorno; cioè quella bolgia, Attraversando sanza alcun sermone; cioè andando a traverso, per ritto e non in giro, sanza parlare. L’andare in giro fìnge l’autore, quando vuole significare d’avere a vedere d’alcuna spezie di peccato; ma attraversare, quando vuole significare passare dell’una spezie nell’altra, come ora. Quivi era men che notte e men che giorno; descrive qui lo tempo, cioè la sua qualità, ponendo che non v’era chiarezza al tutto, nè oscurità al tutto, Sì che il viso m’andava inanzi poco. A che fine à descritto la qualità del tempo? A significare che poco potea vedere inanzi. Ma io senti’ sonare un altro corno; quasi dica: Bench’io non potessi molto vedere, io potea udire, e però senti’ sonare un altro corno, Tanto ch’avrebbe ogni tuon fatto fioco; fa comperazione del sono del corno al tuono; e dice che tanto era maggiore lo suono del corno che quel del tuono, che il tuono sarebbe paruto fioco; e qui usa l’autore la figura iperbole, della quale è stato detto, eccedendo il modo del dire la verità, Che; cioè lo qual sono, Dirizzò li occhi miei tutti ad un loco, contra sè seguitando la sua via; cioè andando contra il suono. Dopo la dolorosa rotta, quando Carlo Magno perdè la santa gesta, Non sonò sì terribilmente Orlando. Qui fa una similitudine et introduce la storia, quando Carlo Magno combattè contra l’infedeli, che furono morti li paladini, Orlando sonò lo suo corno sì terribilmente, che il corno si fesse et elli crepò, e morì: e benché sonasse smisuratamente tanto, che fu udito da lungi molte miglia; niente di meno non sonò sì terribilmente, come questo corno ch’udì Dante. Chi sonasse questo corno, e qual si fosse si dirà di sotto. C. XXXI — v. 19-27. In questi tre ternari l’autor nostro finge come, ragguardando inanzi, li parve vedere torri; e però domanda Virgilio che città fosse quella che li parea vedere. A che Virgilio risponde in generale e dice così: Poco portai; io Dante, in là; cioè in