Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/868

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824 i n f e r n o

106Ond’elli a me: Avaccio sarai dove
      Di ciò li farà l’occhio la risposta,
      Veggendo la cagion che il fiato piove.
109Et un de’ tristi della fredda crosta
      Gridò a noi: O anime crudeli,
      Tanto che data v’è l’ultima posta,
112Levatemi dal viso i duri veli,1
      Sì che io sfoghi il duol che il cor m’impregna,
      Un poco in pria, che il pianto si raggieli.
115Per ch’io a lui: Se vuoi ch’io ti sovvegna,
      Dimmi chi se’; e, s’io non ti disbrigo,
      Al fondo della ghiaccia ir mi convegna.
118Rispose adunque: Io son frate Alberigo,
      Io son quel dalle frutte del mal orto,2
      Che qui riprendo dattero per figo.34
121Oh, diss’io lui, or se’ tu ancor morto?
      Et elli a me: Come il mio corpo stea
      Nel mondo su, nulla scienzia porto.
124Cotal vantaggio à questa Tolomea,
      Che spesse volte l’anima ci cade,
      Inanzi ch’Antropos mossa li dea.5
127E perchè tu più volentier mi rade6
      Le invetriate lagrime dal volto,
      Sappi che, tosto che l’anima trade,7
130Come fec’io, il corpo suo l’è tolto
      Da un demonio, che poscia il governa,
      Mentre che il tempo suo tutto sia volto.

  1. v. 112. Levatemi dal volto
  2. v. 119. C. M. quel delle frutta
  3. v. 120. C. M. dattilo
  4. v. 120. figo; fico. Per maggiore dolcezza i nostri antichi mutavano in g il c, dicendo Gaio, Gostanza, miga, aguto per Caio, Costanza, mica, acuto ed altri. E.
  5. v. 126. C. M. Antropos morte li dea.
  6. v. 127. C.M. ne rade
  7. Trade; terza persona singolare dell’indicativo dall’infinito tradere. E.