Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/93

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
   [v. 110-111] c o m m e n t o 49

et avuta la licenza andarono fuori e passarono per lo campo facendo grande uccisione di quelli che dormivano; ma scontrati poi che furono fuori del campo da uno caporale di cento cavalieri ch’avea nome Volscente che venìa nel campo, furono morti amendue; e però dice l’autore che la vergine Camilla, Eurialo, Niso e Turno morirono di ferita, per difendere l’Italia da’ Troiani; cioè Camilla e Turno; e Niso et Eurialo per acquistarla, et aggiugne alla profezia: Questi; cioè il veltro detto di sopra, la caccerà per ogni villa; cioè per ogni città del mondo, la detta Lupa che significa l’avarizia come è detto. Finchè l’avrà rimessa nell’Inferno, Là onde invidia prima dipartilla. Per l’invidia del diavolo entrò la morte nella ritondità della terra, dice la Santa Scrittura, e per la morte s’intende ogni peccato mortale che è cagione di morte temporale et eterna, se l’uomo non se ne pente innanzi che muoia.

C. I - v. 112-129. In questi sei ternari, poichè Dante à mostrata la profezia che li disse Virgilio, dimostra lo consiglio che Virgilio prese al suo campamento e la liberazione, dicendo: Ond’io; cioè onde io Virgilio, poi che quella bestia non ti lascia andare per la sua via, per lo tuo me’; cioè meglio, penso e discerno, prima è il pensare, e poi il deliberare, Che tu, Dante, mi segua, et io; cioè Virgilio, sarò tua guida; e per questo si dee intendere moralmente che, vedendo la ragione di non potere salire al monte delle virtù per la via de’ diletti del mondo, perchè vi sono li vizi che impediscono, pensa e delibera che la sensualità la seguiti e trarralla della selva; cioè della vita viziosa, e però seguita: E trarrotti di qui per loco eterno; cioè per luogo che non dee mai avere fine ti menerò; cioè per l’inferno, e questo menare sarà intellettualmente: perciò che non si dee credere che Dante andasse nell’inferno, se non col pensiero guidato dalla ragione umana, e questo è uno modo da tirarsi fuori de’ peccati; cioè considerare la pena che è dovuta all’anima nell’altra vita per lo peccato. E però segue: Ove udirai le disperate strida; cioè le strida di coloro che sono sanza speranza di finire le loro pene, Di quelli antichi spiriti dolenti; ben sono antichi: chè infino dal principio del mondo ve n’à, e dice spiriti: imperò che usanza è de’ poeti chiamare l’anima ombra, spirito, vita e simili vocaboli. Che la seconda morte ciascun grida; cioè chiama. Qui si dubita quello che l’autore intendesse per la seconda morte, e quanto a me pare che l’autore intendesse della dannazione ultima, che sarà al giudicio: imperò che per invidia vorrebbon già ch’ella fosse per avere più compagni, però che la prima morte è la dannazione prima, quando l’anima partita dal corpo è dannata alle pene dello inferno per li suoi peccati. La seconda è quando al giudicio risuscitati, saranno dannati ultimamente

Inf. T. I. 4