Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/814

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
     802 p a r a d i s o   x x i x . [v. 139-148]

da la quale mai non si cesseranno: imperò che la beatitudine loro durerà in perpetuo, Sederà l’alma; cioè l’anima, che fie; cioè che sarà, giù Augosta; cioè sarà nel mondo nell’officio e ne la dignità imperiale: tutti l’imperadori sono stati detti Augusti, e le imperadrici Auguste da Ottaviano che fu dopo Iulio Cesari in qua, e significa Augusto accrescitore, et Augusta accrescitorice, Dell’alto Enrico; questo fu Enrico conte di Lusimborgo, coronato re de’ Romani; e però dice che la corona è posta in su la sedia sua per segno, a dimostrare ch’elli fu coronatlo, e non fu pure re 1; ma fu imperadore con tutte le corone coronato, ch’a drizzar Italia; cioè lo quale a rizzare Italia a vivere virtuosamente sotto libertà, e levarla da le tirannie, Verrà in prima, ch’ella sia disposta; cioè innanti che Italia sia disposta a ricevere la sua liberazione. E questo dice: imperò che non potò dirizzare l’Italiani a vivere sotto iustizia e libertà, sicchè in vano fu la venuta sua: questi è quelli che fu avvelenato a Buonconvento. L’autore nostro, considerata la virtù di questo 2 imperadore, lo quale fu diritto omo et iusto signore; e, secondo che si dice, accorgendosi che nel corpo di Cristo era lo veleno, quando si comunicò che era infermo, non lassò di prenderlo, dicendo: Poi che tu, che se’ Signore del cielo e de la terra, ài ricevuto lo veleno e non l’ài rifiutato, io riceverò 3 in quanto me ne facci degno, e non rifiutò; e così lo prese e morì, e lo corpo suo fu portato a Pisa et onorevilmente fu sepulto ne la chiesa maggiore, di rieto a l’altare maggiore in una onorevole sepultlura. E questa fizione fa di lui l’autore, perchè lo cognobbe e fu al tempo suo, e vidde le sue virtù; e, se fusse vissuto 4, arebbe domato la superbia de’ Fiorentini, et arebbe rimesso l’autore in Firenze e ritornato lui e li altri usciti di Fiorenza in casa loro.

C. XXX — v. 139-148. In questi tre ternari et uno versetto lo nostro autore finge che Beatrice, continuando lo suo parlare de la morte dello imperadore Enrico e della sua beatitudine e delle condizioni d’Italia, fa menzione di papa Chimento di Guascogna, che fu al tempo del detto imperadore e fu contrario a lui, dicendo così: La cieca cupidigia; cioè lo desiderio della signoria e delle ricchezze, che li omini ciechi, che; cioè la quale avarizia et ambizione, v’ammalia; cioè ammalia voi uomini d’Italia, cioè vi tiene legati, come fa la malizia li omini, che sono ammaliati, Simili fatti v’à; cioè

  1. C. M. re de’ Romani; ma vero imperadore
  2. C. M. di questo signore iustissimo, lo quale fu cristianissimo: imperò che, secondo che
  3. C. M. io riceverò te in quanto me ne facci e, non ti rifiuterò:
  4. Di qui pure mostrasi aperto quanto al Divino Poeta stesse a cuore l’unità dell’Italia, la quale col solo impero egli reputava sarebbesi recata ad esecuzione. E.