Pagina:Commedia - Purgatorio (Buti).djvu/134

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   124 p u r g a t o r i o   vi. [v. 13-24]

che sette, che ragionevilmente più dò tornare quel punto che v’è in più modi, che quello che v’è pure in un modo o in due; ecco in du’ dadi sette v’è in tre modi; cioè quattro e tre, sei asso, cinque e du’; e quattro v’è in due modi cioè tre asso e 1 du’ uno, e così in tre dadi, e tristo impara; cioè dandosi tristizia e malancolia 2 dice: Se io avesse chiamato tal punto, arei vinto; perch’io non chiamai bene, abbo perduto; e così impara, dicendo: Un’altra volta non chiamarò così. Coll’altro; cioè con colui ch’à vinto, se ne va tutta la gente; per avere da lui qualche dono, Qual va d’inanzi; perch’elli lo vegga, e qual di rieto il prende; dicendo: A me dà qualche cosa, E qual da lato; andando co lui, li si reca a mente; dicendo: Arricordati di me, che t’aiutai a tal punto. El; cioè colui ch’à vinto, non s’arresta; cioè non sta fermo: ma va tutta via, e questo e quello intende; cioè a ciascuno dà audienzia e promette: A cui porge la man; dandoli alcuna cosa, più non s’appressa; cioè no li fa più calca, E così da la turba; calca che àe d’intorno, si difende; ad alcuni dando, et ad alcuni promettendo. Ora adatta la similitudine, dicendo: Tale era io; cioè Dante, quale è lo giocatore che à vinto, in quella turba spessa; di quelli spiriti che mi pregavano, Volgendo a loro e qua e là la faccia; attendendo ad ogni una, E promettendo; cioè di fare quel che pregavano, me sciogliea da essa; cioè mi liberava da loro: imperò che a chi io promettea si rimanea contento.

C. VI— v. 13-24. In questi quattro ternari lo nostro autore ritorna a nominare di quelli ancora, che morti per morte violenta indugionno la penitenzia infine all’ultimo de la sua vita, dei quali fu detto di sopra; e contane qui sei, come apparrà nel testo. Dice così: Quivi era l’Aretin; questi fu messer Benincasa d’Arezzo giudice, lo quale fu morto da Ghino di Tacco da Turrita 3 del contado di Siena: imperò che messer Benincasa, essendo giudice, o vero vicario del podestà di Siena, condennò uno fratello che avea nome Tirtirno 4, et uno cavalieri zio del detto Ghino di Tacco, che avea nome Tacco, ad essere dicapitati, perchè questo Ghino con certi suoi compagni, come rubatori et omini violenti, aveano tolto al comune di Siena uno castello che era in Maremma, e quive stavano e rubavano chiunqua passava per la strada, non consentendo mai lo ditto Ghino che nessuno, che n’avesse in pregione morisse, con tutto che fusse fiero e violento omo. E niente di meno non s’attenne che del detto suo fratello e zio non facesse vendetta molto fieramente: imperò che, essendo ito lo detto messer Benincasa per giudice del tribuno di Roma al tempo di papa Bonifacio, lo detto Ghino andò là et in su

  1. C. M. asso e duino, e così
  2. C. M. malanconia
  3. C. M. da Trunta
  4. C. M. nome Turino, et uno