Pagina:Commedia - Purgatorio (Buti).djvu/463

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cosa, cioè per la qual risposta io Dante, Nel parlar avvisai; cioè nel parlare, che colui avea fatto, pensai o compresi, l’altro nascosto; cioè l’altro ch’io volea elli ch’ sapesse; ma viddi ch’elli era appiattato; cioè ch’io era vivo: imperò ch’elli disse: Se voi venite dal giacer sicuri. Puòsi anco intendere: Io Dante m’avviddi ne la sua risposta esser appiattato l’altro, ch’io desiderava di sapere; cioè chi elli era, e perchè sostenea sì fatta pena; e però finge che, diventato desideroso di sapere, dimandò licenzia a Virgilio. Due cose volea Dante sapere da chi elli dimandava in somma; cioè chi elli era, e la cagione de la sua purgazione; cioè lo peccato, e lo modo. E di sè anco due cose volea che sapesseno; cioè ch’elli montava suso, e ch’elli vivo dovea anco tornare al mondo; e però dice che comprese l’altro nascosto nel parlar di colui, e però pilliò licenzia da Virgilio, e dice: E volsi li occhi; cioè miei: li occhi de la sensualità sono lo senso esteriore et interiore, e li occhi de la ragione sono la discenzione e la prudenzia, alli occhi al Signor mio; cioè alli occhi di Virgilio, per dimandarli licenzia. Ond’ elli m’ assentì; cioè mi consentì, col lieto cenno; cioè col lieto atto, cioè co li occhi ridenti. Ciò che chiedea la vista del disio; cioè l’apparenzia del desiderio: imperò che nell’apparenzia li mostrai lo mio desiderio, et elli in apparenzia mi rispuose; e questo finge, per mostrare che sensa mezzo la ragione intende quello che la sensualità 1 vuole. Questa finzione à posto qui l’autore, per mostrare ch’ elli fu in dubio, se in questo spirito dovea fare menzione, e non ardia sensa la deliberazione de la ragione.

C. XIX — v. 88-96 In questi tre ternari lo nostro autore finge com’ elli, avuta la licenzia da Virgilio, andò sopra quello spirito ch’ avea udito parlare e dimandòlo, dicendo così: Poi ch’io; cioè io Dante, potei di me far a mio senno; avuta la licenzia da Virgilio. Trassimi sovra quella creatura; cioè andai sovra colui, Le cui parole pria notar mi fenno; cioè lo parlar del quale mi fe notare quello che a lui era nascosto; cioè di me ch’ io era vivo; e questo è secondo lo primo intelletto: e secondo l’altro intelletto; mi fe notare quello che era nascosto a me di lui; cioè chi elli era, e per che cagione sostenea quella pena. Due cose vuole sempre sapere I’autore di quelle 2 che trova; cioè chi sono, e la cagione de la loro pena. Dicendo, io Dante: Spirto; cioè, o spirto, in cui; cioè nel quale, pianger matura; cioè la contrizione del cuore e ’l dolore arreca a fine e compie, Quel senza il qual a Dio tornar non possi; cioè la purgazione de la colpa del peccato, sensa la quale non si può tornare a Dio, Sosta un pogo per me; cioè indugia un pogo per me Dante, tua mag-

  1. C. M. la sensualità vuole.
  2. C. M. di quelli che