Pagina:Commedia - Purgatorio (Buti).djvu/834

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   824 p u r g a t o r i o   x x x i i i. [v. 130-145]

tica della Chiesa significata è per Matelda; la quale pratica sta in predicare, in confessare, in batteggiare, in dare li sacramenti de la Chiesa e fare tutti li esercizi che sono da fare ne la Chiesa; e però dice e come tu se’ usa, La tramortita sua virtù ravviva: in de l’omo naturalmente Iddio puose la virtù e suo fomite; ma poi lo peccato spense la fiamma de la virtù, e la sua favilla e lo suo fomite appiattò come s’ appiatta la favilla del fuoco sotto la cenere sì, che necessario è che per la grazia d’Iddio si ravvivi, la quale viene a noi oltra lo proveniente, che viene sensa alcuno nostro merito, per li nostri atti meritori, li quali si fanno per noi alcuna volta, secondo che siamo ammaestrati de la Chiesa.

C. XXXIII — v. 130-145. In questi cinque ternari et uno versetto lo nostro autore finge come la donna ditta di sopra; cioè Matelda, ricevuto lo comandamento di Beatrice, lo misse ad esecuzio, e scusasi l’autore perchè non disse come beve dell’acqua d’Eunoe: imperò che riserba questa materia all’altra cantica, dicendo così: Come anima gentil; ecco che arreca la similitudine: l’anima gentile è piena di virtù e così è piena di carità, e però imbasciata o richiesta a bisogno altrui non si scusa; ma adopera quello che sa o può, e però dice, che; cioè la quale, non fa scusa; cioè quando è imbasciata, Ma fa sua vollia de la vollia altrui: imperò che s’arreca a volere quil che altri vuole, Tosto che è; cioè la volontà altrui, per segno; cioè o per parole che sono segno de la nostra volontà, o per cenni, fuor; cioè dell’animo, dischiusa; cioè manifesta, Così poi che da essa; cioè da Matelda, preso fui; cioè io Dante; ecco che adatta la similitudine: La bella donna; cioè Matelda, che figura la pratica de la santa Chiesa, mossesi; cioè mosse sè, et a Stazio; lo quale era rimaso con Dante, che figura lo intelletto, Onestamente disse: Vien con lui: lo intelletto conviene accompagniare la sensualità in sì fatti atti, et onestamente dè essere mosso; e questo moralmente è notabile ai predicatori, che onestamente debeno muovere lo intelletto umano. Ora si scusa l’autore che di questo bere di questo fiume non dè trattare qui: imperò che è materia de la tersa cantica; e così licenzia la materia, dicendo: o Lettor, S’io; cioè Dante, avesse più lungo spazio; ch’io non abbo: però che sono stretto dal fine de l’opera: imperò che non debbo uscire li termini de la materia, che sono la penitenzia e purgazione del peccato e la reduzione de l’anima allo stato de la innocenzia, Di scriver, io pur conterei in parte Lo dolce ber; del fiume Eunoe: dolce è lo bere de la virtù, che; cioè lo quale, mai non m’avrea sazio: mai non si sazia l’anima de la virtù: quanto più n’à più ne vorrebbe: quanto più ne ragiona, più ne vorrebbe ragionare. Ma perchè ne son pien tutte le carte; cioè di questa materia, Ordite; cioè ordinate, a questa Cantica seconda; cioè a la