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Pagina:Commentario rapisardiano.djvu/116

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voluto, non solo come amico, ma come artista, che vedeste come era bella la mia adorata tomba! Sopra un letto di verzura alto un metro, avevo fatto cadere una pioggia di rose: in mezzo, in lettere di rose bianche e margherite, era scritto il nome del mio diletto nel suo poetico dialetto veneziano: Bepi. I Iati erano ingombri di corone. — Non vi dirò la volontà che provavo di posar queste mie membra affrante su quel talamo profumato e costì invocare il sonno da cui non ci si desta!.,. Con dei fiori sotto il capo, con l’amore che ci canta in cuore la sua melanconica, inebbriante canzone, si deve pur dormir bene (pensava io!...). E voi, ne son certa, mi darete ragione.

Rimarrò qui sino alla fine de! mese e parte forse del luglio. Mi vi cerco casa pel settembre poichè sapete che io lungi da Milano non respiro.

Dite a quell’affettuosa creatura che è Gilda tutto il bene che io le voglio. Bramerei una sua lettera. Narratele della mia malattia che fu gravissima, ed ottenete che ella perdoni il mio silenzio. La vostra raccomandazione di non dimenticarvi è inutile. Sapete bene quanto me che l’è cosa impossibile, che vi sono affezionata sinceramente. E il vostro viaggio sul continente lo effettuerete poi come me ne scriveste? Come sta la vostra cara Musa? È troppo tempo che io son priva delle sue dolcissime armonie; mandatemi presto qualcosa, e grazie anticipate.

L’indirizzo lo sapete: ferma in posta, Milano.

Sono qui sola. La Nonna è rimasta a Firenze.

Tanti baci a Giselda. A voi una sincera e forte stretta di mano.

Scrivetemi.

Lina


Il Rapisardi in quei mesi badava alla stampa del Lucifero. Ma quando tutto il lavoro era già finito, ecco il Barbera s’ostina a non voler mettere fuori il poema, accampando timori di sequestro e scrupoli di paolotto; in fatto, per l’opera maligna di avversari del Rapisardi. “Il Guasti ha guastato Barbera„ gli scriveva il Fanfani. E il povero poeta dovette partire in ottobre per Milano.