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Pagina:Commentario rapisardiano.djvu/19

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Mario Rapisardi 5

ne sballarono delle grosse. Ma noi sappiamo che la critica, meglio certa critica (il Rapisardi la definì bene nella nota ottava del c. VI dell’Atlantide) è oramai esercitazione dialettica di novelli sofisti bizantineggianti, che come tanti giocolieri da piazza fanno a loro piacimento apparire agli occhi del pubblico grosso il bianco nero e nero il bianco, il rovescio dritto e dritto il rovescio. Essi esaltano o denigrano un’opera d’arte a seconda della simpatia o antipatia che sentono per questo o per quell’autore, a seconda dell’umor gioviale o malinconico che domina in loro, a seconda di preoccupazioni o interessi di scuola o di partito, non curando se nelle loro argomentazioni si trovano a ogni passo in aperta contraddizione con loro stessi.

Cosí, scarnando e sminuzzando un capolavoro, a furia di sottigliezze e di arzigogoli, lo riducono a un pugno di polvere impalpabile da disperdere ai venti; mentre, all’opposto, una sciatteria, una incongruenza la concretano, la rimpolpano, la agghindano, e te la presentano come un capolavoro. Via, non è davvero questo il compito della critica, la quale deve essere “libera da preconcetti e paziente esploratrice„.

Dura ancora l’eco della triviale gazzarra che fu fatta attorno al Lucifero. Il poema è vuoto, dissero certuni: Lucifero, pur non credendo all’esistenza del suo avversario, lo combatte e finalmente lo spegne: ciò è un non senso. Non sapevano essi, o sapevano benissimo e fingevano di non sapere, che Lucifero e Dio nel poema del Rapisardi sono due simboli, la luce della ragione e il pregiudizio religioso messi a fronte; che la scienza col diuturno e paziente lavoro d’indagini e per via d’innumerevoli sacrifici, giunge a disperder gli errori della superstizione, tiranna delle anime ignare.

Rapisardi a studio rievoca in questo poema il nome dell’antico arcangelo apportatore di luce, giacchè Satana è stato, ed è tuttavia per i credenti, il genio del male, il tentatore (opportunamente con tal nome. Satana, simbolo dei naturali istinti della vita comune, compare nel Giobbe); e la vittoria razionalmente non sarebbe stata allora possibile sul “gran tiranno„. Dovette esser questa la ragione