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Pagina:Commentario rapisardiano.djvu/21

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Mario Rapisardi 7


E noi non c’indugiamo a rilevar minutamente nell’opera del Rapisardi la bellezza e originalità della ispirazione, i pregi formali e stilistici, la rara maestria delle perfezioni metriche; e nemmeno ci proviamo a giustificare i casuali riscontri con atteggiamenti altrui, le momentanee ecclissi della coscienza, la giovanile esuberanza di ritmi e d’immagini; ma ora vogliamo e dobbiamo tener precipuamente conto delle monumentali linee dell’opera rapisardiana e della sua consistenza sana e compatta che la rende durevole nel tempo.

Opera colossale di pensatore e di veggente. Mal genio di poeta nell’Italia moderna si levò a tanta altezza e universalità di concezione. La vita cosmica vi appar riflessa splendidamente in tutte le sue svariatissime manifestazioni. Poesia filosofica scientifica e, come già in Empedocle e in Lucrezio, religiosa e ora divenuta sociale. È tutto un mondo forgiato nella fantasia di un asceta, tutto plasmato di storia e di leggenda, di eroismo e di brutalità, di forza e di fede, di realtà e di sogno; tutto solenne per oscurità di abissi e luminosità di cieli, risonante di armonie nuove e sublimi. Possente opera di elevazione e di rinnovamento.

Ecco. Nei poemi sembra udir riecheggiare il grandioso coro delle dissonanti voci di tutti i tempi, lungo il faticoso cammino ascensionale dell’umanità; nelle liriche si sentono gli eloquenti palpiti di un cuore che di tutti i cuori ripete le angosce segrete, i nobili ardimenti, le aspirazioni divine. Le traduzioni, stupendo lavoro di addestramento e di preparazione, rivelano intimamente le affinità elettive dell’animo del Rapisardi coi suoi autori preferiti: Catullo, Lucrezio, Shelley. E non tralasciamo le prose (sebbene in minima parte note al pubblico) cioè gli studi e le lezioni[1] — che riescono a commentare dottamente le poesie attestando con più chiarezza la pura e forte tempra di maestro e di educatore in Mario Rapisardi — e non ultimo l’Episto-

  1. Alcuni di essi insieme con pochi versi postumi io diedi a stampare durante gli anni 1924 e 25 in un periodico di Catania, Endimione, e recentemente sono apparsi in un informe e negletto volume pubblicato a Torino.