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Pagina:Commentario rapisardiano.djvu/242

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sue opere posteriori. Nell’episodio di Fausta che canta nel giardino ci par di ravvisare la Ebe del Lucifero, che nella classica valle di Tempe canta alle stelle la famosa canzone. L’amore e il dolore fu in ogni modo il tema costantemente prediletto dal Rapisardi; e qui come funebre rintocco risuona la voce di Crispo:

                                        Nascemmo
               Piangendo; e quando del perenne pianto
               Nostro natura è stanca, a sè ci appella
               E gli occhi nostri lagrimanti estingue!
               Tutto pianto è quaggiù! Piangono i flutti
               Nel lor metro perenne, arcan, profondo;
               Piangono i firmamenti, e le rugiade
               Son le lagrime lor: tutto il creato
               Non s’alimenta che di pianto; e tutto
               È destinato a vivere!...

Conclusione sconsolante.

Vien di pensare che troppo presto al Rapisardi l’orizzonte della vita appariva fosco di nubi incalzanti come strane fantasime foriere di tetri presagi.


IV.


Ne è prova palese l’invocazione a Maria nell’ultima parte di questo poemetto. Il giovanissimo Rapisardi non può contenere la piena della sua passione, che trabocca in versi che paion sospiri e singhiozzi disperati. Sanguina in verità il suo tenero cuore, di recente strappato all’affetto di colei che gli aveva divinamente schiuso le misteriose sorgenti delle eterne armonie.

Altri con più diligenza e con più riposato animo scriverà degli amori di Mario Rapisardi, desumendone i dati sicuri dalle varie opere di lui. Noi ci limitiamo ora a prender semplicemente nota dell’accenno che qui egli fa del suo primo amore.

Nella pienezza dell’esaltazione che tutto gli accende di turbinose immagini lo spirito creativo, il Poeta ecco invoca la sua indimenticabile Maria: