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Pagina:Commentario rapisardiano.djvu/25

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Mario Rapisardi 9

nota che egli in forma di epitaffio si compiacque di apporre alla fine del manoscritto: “Questo fratesco lavoro — portava a termine — e fratescamente ricopiava — il signor Mario Rapisardi — nell’anno 1884 — infaustissimo della sua vita„.

Nei giorni più tristi della sua vita Mario Rapisardi cercava svago nel lavoro; anzi, col lavoro forzato snervante medicava le ferite del cuore che gli sanguinavano.

Eppure avvenne che nel 1905 volevano costringerlo “al riposo forzato„. Allora sorse viva e unanime protesta in tutta la stampa d’Italia allo strano provvedimento: venne interrogato “ufficiosamente„ il ministro, il quale poi diede ampie assicurazioni.

Or in una mattina di quei giorni di trepida aspettativa io mi recai a visitare il Rapisardi. Lo trovai, con mia sorpresa, intento tranquillamente a pulirsi le scarpe. Egli subito ebbe a indovinare il mio desiderio di notizie; e intanto, senza che io ne facessi accenno, appagò così la mia curiosità, dicendomi: — Come vede, se mi manderanno via, sarò sempre buono a guadagnarmi un tozzo.

E le scarpe, lucidate dal Maestro, brillavano a meraviglia.


VI.


Mario Rapisardi, in fondo, fu sempre lui; così nella vita, come nell’arte: sognatore impenitente, araldo di civiltà.

“Nel Rapisardino c’era già il Rapisardone„ — disse un giorno il Carducci, credendo di fargli un’ingiuria, — e invece diceva una grande verità. E di fatti nel poemetto che il Rapisardi scrisse a quindici anni, Fausta e Crispo, c’è già il poeta delle Ricordanze, del canto di Ebe e del canto di Isolina del poema Lucifero; e in Tenebre e Luce del volumetto Canti stampato nel 1863 c’è nientemeno l’autore della terza parte del Giobbe.

Il piccolo Rapisardi aveva saputo mantenere la promessa. Nè andò per nulla delusa l’aspettazione di coloro che primi estimarono l’altezza del suo ingegno. Victor