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| 32 | Commentario Rapisardiano |
Certo è che nel gennaio del ’67 in Sole d’inverno il Rapisardi cantava:
Signor, che a queste brume
Doni del sole il provvido sorriso,
Toglimi al dubbio gelido
Che all’ingenua mia fede ammorza il lume!
Il dubbio s’era presto insinuato torbido e assillante nel suo cervello; e, a onta del poco durevole sopravvento dell’antica credenza, il suo spirito non avrà più pace: seguiranno le torture in quel Getsemani angoscioso, gli spasimi atroci in quel dramma interiore [1] quasi in perfetta rispondenza alle tragiche vicende della gran patria italiana, che insanguinavano i gloriosi campi di battaglia.
Eppure la rivelazione scientifica non tarderà a fargli amare e celebrare la “diva„ Natura, che “una, diversa, onnigena„ impera su tutto, ed “è poco al suo possente imperio lo spazio e l’avvenir„. E il poeta nel ’69, oltre l’inno alla Natura, scriverà Manfredi, Francesca da Rimini, e comincerà a scrivere il Lucifero.
Svanivano così davanti agli occhi del giovine Rapisardi i fantasmi di vita oltremondana, mentre che nella sua coscienza ribolliva il conflitto tra la nuova fede e l’antica. Era il tempo di grandi audacie e di grandi rivolgimenti.
In Roma liberamente per la breccia di Porta Pia entrava alfine l’Italia e il libero Pensiero; e indi dalla Germania si diffondevano animosamente nel mondo civile le dottrine iconoclastiche e innovatrici, per opera di Strauss, Hartmann, Feuerbach, Draper.
Il Lucifero del Rapisardi parve l’eco dell’alto grido di ribellione che contro al secolare dominio delle ascetiche ubbie lanciava l’umanità ormai cosciente di sè e del posto che essa occupa nell’universo infinito.
Ma non pur s’acquetò l’animo del Poeta per la conseguita vittoria; ed ecco il Giobbe, vivo simbolo dell’uomo dolorante che, in cerca della irraggiungibile felicità,
- ↑ V. il notevole saggio del prof. C. Vitanza, Spiriti e forme del divino nella poesia di M. Rapisardi. Nicosia, 1913.