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Pagina:Commentario rapisardiano.djvu/57

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Lo scandalo di Padova 37

tanta dedizione, hanno avuto il coraggio di alzar la voce e gridar l’allarme, denunciando l’opera deleteria di codesti corruttori della gioventù. Corruttori e avventurieri insieme, che, congiurati per istinto reazionario ai danni del prossimo, la loro volontà cercano ostinatamente imporre con la violenza o con i camorristici intrighi.

Come si vede, è delicata questione di polizia e, propriamente, vitale questione d’igiene. Or la guerra non è stata detta igiene del mondo? E ben a proposito anche essi fanno appello alla nostra gioventù che combatte con eroica baldanza. Oh, ci sia lecito sperare che la guerra spazzerà via, come temporale purificatore, tutto quanto è cattivo, inutile, falso!..

Ma parliamo del provvedimento eccezionale.

Il Consiglio Superiore ha compiuto veramente opera di giustizia, facendo in modo che “fra le tredici cattedre di letteratura italiana, una almeno fosse riserbata all’arte e alla poesia, una almeno continuasse la tradizione della antica cattedra di Eloquenza e poesia italiana[1]. E il prof. Pascal, critico dotto e pensatore indipendente, ha spiegato, in modo chiaro e persuasivo, il lodevole intendimento suo e quello dei suoi colleghi nel confermare la nomina proposta dalla facoltà di Padova.

Si direbbe che nella rigidità sepolcrale dell’alto consesso sia penetrato un soffio di vita nuova. Ma il provvedimento non è stato un atto di ribellione, giacchè l’art. 69 non venne ora inventato apposta: è stato, dopo tutto, una riparazione nei termini consentiti dalla legge. Ben venga dunque il poeta a insegnar poesia, e il suo insegnamento sia stimolo a prove generose, apostolato di verità.

Per altro, è universalmente risaputo che lo studio della poesia, oltre che interpretazione e comprensione della più complessa e più umana delle manifestazioni dell’arte, ha da essere indagine coscienziosa, intuizione geniale, che, penetrando e pervadendo gl’intimi meandri di un’opera, e di essa giudiziosamente vagliando e scom-

  1. V. lettera di Carlo Pascal in Giornale d’Italia, 28 giugno 1917.