Ma soprattutto raccomandoti quanto so e posso di attendere alla romana guerra, non istancandoti in alcun tempo e per qualunque motivo di pensare ad essa; ripeto alla romana guerra da noi già condotta a buon porto, ed a te ora commessone il fine. Qui sta l’opera tua, poiché il Comneno vinto in una grande battaglia, campato a stento dalla gravissima e quasi generale strage de’ suoi militi, opina di aver molto guadagnato coll’essersi potato sottrarre, in mezzo a cotanto scompiglio, dalle nostre mani salvo da morte, o prigionia, Non rallentare no la foga e l’impeto della guerra, solcita, avventati contro lo sconfitto nemico, paventando non egli, avuto campo di rafforzasi, torni frodolente a macchinare vendetta del sofferto rovescio, e dallo stesso duolo e sentimento del proprio scorno prenda con maggior furore a combatterci. Egli non è, credimi, uom comunale o da vilipendersi impunemente; cresciuto da fanciullo infra le guerre e le battaglie scorse vincitore l’oriente e l’occaso, nè ignorar devi quanti potentissimi tiranni sotto i precedenti Augusti fossero dalle sue armi e dal suo braccio vinti e menati seco in catene. Ora se tu non tieni ben d occhio sì forte rivale, se non lo guerreggi con ogni tuo mezzo in breve l’operato da me a grande fatica e travaglio di mente si ridurrà con tuo danno e per tua colpa in nulla; ripeto con tuo danno, poichè adoperando altrimenti, che Dio non voglia, assaporeresti lungo tempo gli acerbi frutti della tua pigrizia. Saluto con queste parole ed ammonizioni te, o figlio, e voi tutti, o conti, di fretta incamminandomi a nuovi perigli ed a nuova guerra, bramoso di respignere l’Ale-