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| 264 | ANNA COMNENA |
manno dai nostri confini, e di mantenere e raffermare nel mio carissimo figlio Rogerio i possedimenti da me in addietro ricevuti.
X. Terminata l’aringa e’ monta su d’una felucca, e navigando alla opposta longobardica piaggia approda in brev’ora a Salerno (città molto prima dagli aspiranti al comando sopra quel tratto di paese scelta a stanza della curia e della corte ducale, quasi diremmo a metropoli di tutto il principato); quivi attese in quiete a far leve di militi, ed a raccogliere ovuoque per entro i suoi confini ed infra le genti da lunge gran numero di valentissimi guerrieri. Enrico intanto per non fallire di fede a mio padre si disponea a metter piede in Longobardia; Roberto, informatone, corse a Roma coll’intendimento di unire le sue truppe alle papali, e quindi procedere con maggiore speranza di felice successo a tenere indietro da’ suoi confini il nemico. Aderitovi il pontefice muovono ambedue coll’esercito all’uopo d’impedire gli assalimenti del re, alle cui minacce tuttavia
non corrisposero i fatti, perocchè l’annunzio delle orientali notizie riguardanti il mal fine dell’imperiale battaglia (da cui Alessio, perduta la massima parte delle sue genti ed in più luoghi ferito, erasi appena sottratto la mercè del suo coraggio e d’un eroico valore non disgiunto dall’assistenza del Nume e di tutti i santi), aveaJo per guisa raffreddato, ch’e’ risolvè darsi a migliori consigli, non estimando necessario o prudente lo incontrare sì grave aringo privo d’una idonea malleveria di speranza o di evidente buona riuscita in esso. Laonde rivalicò di fretta i preprj confini, ascrivendo a mezza vittoria l’essere tornato indietro sano della persona.