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| LIBRO QUINTO. | 291 |
le, rispondeami: Ben comprendo questa tua lodevole temenza, trepidando io medesima nello svolgerli; ma attendimi un poco: non appena giunta sarai a gustarne sufficientemente gli altri scritti, sopra cui é uopo da principio informare la nostra mente, perverrai quindi a partecipare la soavità di questi. Al rimembrare di cosiffatte voci sentomi piagato il cuore e tradotta quasi in altro pelago di narrazioni, se non che la storica legge mi frena ed obbliga di tornare in cammino. Si prosegua dunque il racconto intorno ad Italo.
XXXVIII. Costui fidando nella prefata quantità de' suoi discepoli e fermo nel reputarsi a tutti superiore avea in dispregio chiunque si fosse; nè pago ancora, tendea co' suoi discorsi ad eccitare gli incauti alle sommosse, addivenuta essendone la scuola vero semenzaio di non pochi tiranni, i cui nomi di obblivione degni potuto avrei di leggieri qui riferire, se la distanza del tempo non si fosse interposta a cancellarli dalla mia memoria senza grave scapito della presente narrazione diretta solo ad esporre l'avvenuto sotta l'impero di Alessio e nulla, quasi direi, curante le anteriori vicende, nel novero del- le quali si convien mettere l'operato da Italo.
XXXIX. Mio padre dunque amantissimo delle lettere, al preadere il governo dell'impero vedendole pressochè in abbandono, e generalmente sbandeggiate le norme d'un esatto ragionamento iva ripensando se avessevi mezzo di tornarne in vita, con molto profitto della città e dell'universo intero, le molto scarse faville qua e là sotto la cenere sepolte. Era pertanto assiduo nell'esortare ed incorare i talenti inclinati allo studio (pochi