Pagina:Compendio della poesia tragicomica.djvu/57

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della poesia tragicomica. 399

ma tale; come quella eziandio del nocchiero abituato nelle tempeste del mare, secondo che c’insegna Aristotile, non può dirsi vera fortezza. Il veder dunque in altrui spesso la morte assicura bene di praticare dove si muore; e per questo i carnefici, e né tempi di pestilenza i beccamorti, che son persone vilissime, in quel loro esercizio sono intrepidi più degli altri; ma non rende gli animi forti né purga il timor della morte. E che sia vero, pochi sono i soldati, tutto che ogni giorno veggano il sangue, che quando il pericolo della morte non è più in mano della fortuna ma del nemico più forte e già si veggono sopraffatti, stien saldi nella battaglia e non volgan le spalle, e que’ pochi che resistono e fanno testa, non sono forti per abito di vista spaventevole e truculenta, ma per abito d’onorato, virtuoso e lodevole oggetto. Vengo ora alla compassione, della quale potrebbe dirsi che ’l frequentare e viste compassionevoli fosse cagione di consumarla; ma io