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212 così parlò zarathustra — parte terza


Poi che il cantare si conviene ai convalescenti; il parlare a chi è sano. E quando l’uomo sano vuol cantare le sue canzoni, non intona già quelle del convalescente».

— «O buffoni e organetti, tacete al fine! — rispose Zarathustra ai suoi animali. — Come conoscete il conforto ch’io per me ritrovai in sette giorni!

Che io debba un’altra volta cantare: ecco il conforto ch’io inventai per me stesso: la mia convalescenza. Farete anche di ciò una canzone da cantarsi per le strade?».

— «Non continuar a parlare», soggiunsero gli animali, «ma prima componi, o convalescente, la tua lira: una nuova lira!

Giacchè, o Zarathustra, le tue canzoni abbisognano d’una lira nuova.

Canti e trabocchi sana con nuove canzoni l’anima tua, perchè tu possa sopportare il tuo grande destino, che non fu ancora il fato d’alcun uomo!

Poi che i tuoi animali sanno bene chi tu sei e chi tu devi diventare; tu sei il maestro del ritorno eterno! questa è ormai la tua sorte.

Che tu debba pel primo insegnare questa dottrina, ecco la tua sorte: come essa non sarebbe anche il tuo più grande pericolo e la tua malattia?

— Vedi, noi sappiamo quello che tu insegni: che tutte le cose eternamente ritornano e noi con esse, e che noi già fummo mille volte, e tutte le cose con noi.

Tu insegni che esiste un grande anno del divenire, un anno fuor d'ogni limite grande, il quale, simile ad una clessidra, deve capovolgersi sempre, per poter scorrere ed esaurirsi.

— Sicchè tutti questi anni sono uguali tra loro, nelle cose più grandi e nelle più piccole, — e se tu volessi morire, o Zarathustra, vedi, noi sappiamo anche come tu parleresti a te stesso; ma i tuoi animali ti pregano di non morire ancora!

Tu parleresti, senza tremare, ma esultante invece e beato; giacchè morendo sarebbe tolto da te un grave peso, o paziente tra i pazienti!

«Ora muoio e dileguo, tu diresti: in un attimo ridivenuto il nulla. Le anime sono mortali al pari dei corpi.