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dei predicatori della morte. 41


Ma pel mio amore e per la mia speranza ti scongiuro: non far getto dell’eroe ch’è in te! Tieni sempre sacra la tua più sublime speranza!».


Così parlò Zarathustra.




Dei predicatori della morte.


«V’hanno i predicatori della morte: e la terra è piena di tali cui è necessario professar l’abbandono della vita.

Piena è la terra di uomini inutili; guasta è la vita da coloro che son di troppo. Potessero essi colla speranza della «vita eterna» essere allontanati da questa vita!

«Gialli», così son chiamati i predicatori della morte: oppure «neri». Ma io voglio mostrarveli ancora sotto altri colori.

Ci sono i terribili, che portano in sè stessi una bestia feroce e non hanno altra scelta che o il godimento o la mutilazione di sè stessi. E anche i loro godimenti null’altro sono che uno strazio di sè stessi.

Neppur in parte umani son divenuti questi esseri terribili: possano predicar l’abbandono della vita e partirsene!

E v’hanno i tisici dell’anima: appena nati, costoro incominciano a morire e sono assetati di dottrine che celebrano la lassezza e la rassegnazione.

Essi amerebbero esser morti, e noi dovremmo cercar di confortarli nel loro desiderio! Guardiamoci bene dal ridestar tali morti e dal toccare queste ombre viventi.

Si avvengono in un ammalato, in un vecchio o in un cadavere, e tosto dicono: «ecco: la vita è confutata!».

Ma i confutati son essi: essi, il cui occhio non scorge che una sola faccia dell’esistenza.

Avvolti in una grossa nube di melanconia e amanti d’ogni triste caso che rechi la morte, essi attendono coi denti stretti.

Oppure cercano i dolciumi, si dilettano della propria stoltezza; si aggrappano al fuscello di paglia della lor vita e si fan beffe di star attaccati a un fuscello.