Pagina:Cosmorama Pittorico 1836 15.djvu/7

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

cosmorama pittorico. 119
le sue relazioni in guisa che quelle patenti fossero le ultime a venire sotto gli occhi del re. Il re avvisatosi della tacita scaltrezza di quel suo leale, prese allora in sembiante tra benigno e scherzevole a ricordare le passate difficoltà, le quali però non aveano tolto affatto dal suo animo la fiducia di una buona riuscita in quel candidato. Si farà, diceva il re al ministro, si farà come tanti altri che non palesano da principio tutta la loro attitudine, Ma il ministro, il quale avea saggiamente pronosticato anche dell’avvenire di quel candidato, coglieva allora felicemente il destro per rimettere nel cuore del re la dubbiezza mal dileguata; e rispondeva con le seguenti gravi parole. Se le patenti che conferiscono una carica avessero il valore e l’efficacia dei Sagramenti che infondono per sè stessi la grazia, avrei anch’io la medesima speranza in favore del candidato; ma io sono pur troppo persuaso che l’esercizio della carica non lo muterà da quell’inetto ch’egli è — Il re colpito da questo franco parlare non disse cosa veruna; ma operò da quel grande ch’egli era; ripose la patente non segnata nelle mani del ministro, e non si parlò più di quella nomina.


VIRTÙ PREMIATA

Nel 1801 si rifugiò presso l’oste Wegener a Leer nell’Annoverese, un Inglese inseguito dai Gendarmi Francesi, e scongiurò quell’oste di dargli asilo in casa per alcuni giorni, fintanto che non giungesse un bastimento inglese che egli aspettava, per ricondurlo in Inghilterra, e egli promise un premio di 1000 lire sterline. L’oste, uomo generoso, sebbene nel caso che fosse scoperto fosse certo di perdere la vita, ascolta la voce dell’umanità, e nasconde in casa per più giorni quell’ospite pericoloso. Comparisce la nave salvatrice, e l’inglese si reca felicemente a bordo, ma vano è ogni sforzo per fare accettare al virtuoso oste la promessagli mercede; e tutto quello a che questi acconsente, si è di dire allo straniero il suo nome, luogo, giorno di nascita ed altre notizie ch’ei gli chiede. Si separano, gli anni passano, ed il Wegener trova nella sua coscienza il premio della sua generosa azione. Ultimamente ei vien chiamato dal giudice del luogo, ed invitato a farsi riconoscere per quelle che è chiamato per erede della somma di 60,000 lire sterline, da un inglese morto da poco tempo alle Indie Occidentali.


IL CASTORO.
Tutti conoscono il castoro, perchè dal suo pelo se ne tessono cappelli, o perchè somministra un potente farmaco alla medicina. Tutti lo hanno veduto vivo o dipinto, e ne ricordano il pelo rossastro, le gambe corte, la coda piatta, larga e scagliosa. Ora questo
animale, che non ha la sagacità del cane, non l’astuzia della volpe, non la forza dell’elefante, questo animale, sempre innocuo all’uomo, mansueto, senza passioni violente, e nello stesso tempo di un’industria e di una intelligenza appena credibili.

Le spiaggie più abbandonate del Canadà, in riva ai grandi fiumi, lasciano campo ai castori di sviluppare pienamente le facoltà di cui furono dotati; la essi fanno pompa di tutta la loro abilità nell’arte di edificare; là vivono concordi in società ben regolate, dove hanno degli interessi comuni che antepongono ai privati; dove intendonsi fra di loro quasi avessero un linguaggio. E tanto è il buon ordine che regna in queste società, che taluni vi soppongono un capo che avesse una voce preponderante ne’ consigli, che obbligasse i neghittosi al lavoro; ed altre favole, che bisogna sceverare da quanto positivamente sappiamo, dietro le relazioni avute dai molti viaggiatori degni di tutta la fede, che hanno descritto quello che hanno veduto, e nulla più.

Siccome l’acqua è pei castori un elemento necessario, così i primi lavori si fanno in comune dagli individui costituenti una piccola repubblica; e scopo di essi è di mantenere sempre l’acqua del fiume ad un certo livello, onde questa non abbia a mancare ne’ tempi di siccità, o ad inondare i loro abitacoli nell’escrescenza del fiume. A tal uopo costituiscono delle dighe o palizzate, estese da una riva all’altra del fiume, e così resistenti che i cacciatori vi passano come su di un ponte. Per un’opera così grandiosa cominciano i castori ad atterrare gli alberi che ne devono formare la massa principale. Radunansi perciò alcuni individui attorno di un albero, e seduti sulle loro gambe posteriori dannosi a roderlo tutto all’ingiro, coll’avvertenza di farlo cadere dalla parte del fiume. Allorchè questo è atterrato, bisogna sfrondarlo e condurlo al suo posto; e quest’uffizio lo fanno alcuni individui, mentre che altri si occupano a segare alberi di minor mole, che devono formare i piuoli da applicarsi dietro la lunga fila degli alberi atterrati, onde sostenerli contro l’impeto della corrente. Per conficcare questi piuoli nel letto del fiume alcuni castori alla superficie dell’acqua li sostengono in direzione verticale e colla punta in basso, mentre altri calano al fondo, e scavano colle loro zampe anteriori la fossa che deve ricevere il piuolo. Finita questa operazione, tutti insieme dànnosi a riempire i vuoti dell’argine con piccoli rami, o con terra che impastano coi piedi, e trasportano in bocca fino al luogo dei lavori. Dopo una certa epoca i tronchi d’albero ed i piuoli che disposti in linea retta formano la diga, germogliano, e stanno con maggior forza connessi tra di loro.