Pagina:Cristoforo Colombo- storia della sua vita e dei suoi viaggi - Volume II (1857).djvu/50

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30 libro terzo


La miseria faceva più amaro l’inganno; e il malcontento cresceva ogni giorno più. La negligenza calcolata degli ufficiali della marina otteneva così il suo scopo. Impedire che fosse vettovagliata la Spagnuola, era suscitare la ribellione, aggiungendo la forza del numero al suscitamento della miseria e della disperazione. Coll’inasprire gli spiriti, e coll’esasperare l’orgoglio castigliano, speravano di rendere impossibile il governo dell’Adelantado. Ma don Bartolomeo Colombo valeva poco meno di suo fratello: quanto più crescevano le noie e i pericoli, e tanto più mettea fuori energia ed operosità: ovunque si presentava, era certo di essere obbedito. Così, non ostante la penuria e il mal volere generale, era stata costrutta una fortezza vicino alle miniere d’Ilayna, chiamata San Cristoforo. Altra fortezza più vasta sorse sulla riva destra dell’Ozama, detta San Domingo: case in linee regolari furono costrutte sotto la protezione delle sue mura, e formarono una città diventata la sede del governo. Tuttociò era stato eseguito giusta le istruzioni dell’Ammiraglio portate da Cadice dal piloto Pier Alonzo Niño, che al suo ritorno aveva condotto in Castiglia i trecento prigionieri di guerra indiani, da lui bonariamente qualificati carico d’oro, pensando al prodotto della loro vendita.

Tutta la parte dell’isola visitata dagli Spagnuoli poteva essere considerata come sottomessa: ma la parte più occidentale, equidistante dall’Isabella e da San Domingo, per una estensione di foreste e di montagne di oltre sessanta leghe, conservava la sua indipendenza. Questo regno, su cui regnava il gran cacico Behechio, non attaccava, e nemmeno riconosceva l’autorità castigliana. Dopo il ratto del «Signore della casa d’oro,» la moglie di lui, la celebre Anacoana1 si era ritratta in casa di suo fratello Behechio, sul quale la sua buona grazia e la sua grande superiorità di spirito le davano un grande ascendente. L’immobilità

  1. Uniformandosi all’ortografia generalmente adottata abbiamo nominato Anacoana questa celebre regina, ma il suo nome dovrebbe scriversi come si pronunciava Anacaona, che significava «fiore d’oro» nell’idioma indigeno, e componevasi delle due parole Ana «fiore» Caona, «oro fino.»