Pagina:Critone.djvu/59

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percuotere, e così via dicendo; fra patria poi e leggi da una parte, e te dall’altra, la cosa vada diversamente; sì che se noi ci apparecchiamo a ucciderti, reputando ciò giusto, e tu anche alla tua volta a tutto tuo potere ti apparecchi a uccidere noi leggi e la patria: e, facendo così, dici di far cosa giusta, e tu, tu lo dici, il custode della virtù?1. O sei tanto sapiente che non sai che, più che il padre e la madre e tutti gli altri congiunti, è da onorare la patria, e che ella è venerabile e santa più di tutti e più in luogo alto e appresso agl’Iddii e appresso agli uomini sani d’intelletto; e che si deve essere verso lei riverenti e umili, più che non verso il padre e carezzarla fosse anche aspra con noi; e che, quel ch’ella comanda, si dee fare volenterosamente; e se alcuna cosa vuole che noi patiamo, patir si dee, senza fiatare; e se ci vuole anche battere, o gittarci in carcere, o menarci in guerra a esser feriti o morti, s’ha a inchinare il capo; è giusto; e non s’ha a balenare, non ritrarsi, non abbandonar le ordinanze2;



  1. Socrate era ben conscio d’aver dedicato tutta la vita alla pratica e all’insegnamento della virtù: nella sua pronta immaginazione, fa che anche le Leggi lo chiamino col nome a lui più caro: «custode della virtù».
  2. Egli, Socrate, non aveva mai abbandonato le ordinanze, nemmeno quando tutti fuggivano. A Delio - racconta Alcibiade nel Convito platonico - «era ben da vedere Socrate quel dì che l’esercito ritraevasi in fuga: c’ero anch’io, a cavallo; egli era fra gli Opliti, a piedi. Rotte già le ordinanze, egli e Lachete si ritraevano insieme. E io m’abbatto in loro: subito, a vederli, dissi: Fatevi cuore, non v’abbandonerò io. E lì conobbi Socrate meglio che a Potidea: per me tanto ero a cavallo e avea meno paura. Vidi primieramente quanto per prudenza andasse egli innanzi a Lachete; e poi, son le parole tue, Aristofane, mi parve ch’egli anche là camminasse come fa qua, impettito, gittando certe occhiatacce da lato, e riguardando silenzioso inverso ad amici e nemici, sì che anco da lungi facea vedere, che se toccato lo avesse alcuno, sarebbesi difeso molto gagliardamente». E sempre in guerra Socrate fu buon soldato, sicchè nell’Apologia Platone potè fargli dire: «Quando i capitani da voi eletti per comandarmi m’ebbero assegnato il luogo e in Potidea e in Anfipoli e in Delio, nel luogo assegnato da quelli io stetti, sì come qualunque altro, contuttochè in pericolo di morire» (Cap. XVII).