Pagina:Cuoco - Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, Laterza, 1913.djvu/227

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FRAMMENTO I1


. . . . . . . . Pensi tu che sia leggiera impresa pronunziare il suo giudizio su di un’opera, che può esser giudicata solamente dall’esperienza de’ secoli?

Non ho creduto mai facile dare le leggi ad un popolo. Platone, invitato più volte a questo cimento, lo credette sempre superiore alle sue forze. Colui che ambisce la gloria di legislatore deve dire a se stesso: — Io debbo rendere cinque milioni di uomini felici, decidere della sorte di due secoli. Nella nazione che a me si affida vi sono degli scellerati audaci che debbo frenare, de’ buoni ma deboli che debbo confortare, degl’ignoranti e traviati che debbo illuminare e dirigere. Debbo conoscer le idee ed i costumi di un’altra etá: debbo render la nazione felice e, ciò che è piú difficile, debbo farle sentire ed amare la sua felicitá. Che potrei mai io solo quando tutto il popolo non m’intendesse o non mi seguisse? Rimarrei coll’inutile rimorso di avergli tolta la legge antica senza avergliene data una nuova, perché non merita nome di legge quella che il popolo non intende e non ama. — Qual è, domandava Aristotile, la piú gran difficoltá nel dar le leggi ad un popolo? Quella di farle durare. Qual è l’unico mezzo per farle durare? Quello di farle amare.

Io non ispero molto da quelle costituzioni che la forza ha dettate. Che questa forza sia quella di un conquistatore, il quale dispone di centomila baionette, o di un’assemblea di filosofi, i

  1. Queste lettere furono scritte in occasione del progetto della costituzione napolitana formato da Mario Pagano, il quale per mezzo del comune amico Russo ne avea fatta pervenire una copia all’autore delle lettere, invitandolo a darne un giudizio. Si è creduto utile conservarne taluni frammenti, onde far conoscere e la costituzione di Pagano, e la nazione per cui si era progettata.