Pagina:Cuore infermo.djvu/107

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Parte terza 107

La duchessa presiedeva a tutto: ella dava gli ordini chiari, netti, espliciti, faceva lunghe conversazioni col tappezziere-capo, spiegandogli minutamente quanto desiderava; passeggiava con lui nel palazzo, indicandogli la disposizione dei mobili, delle cortine, delle portiere, dei quadri, degli specchi; si faceva portare i campioni delle stoffe e li studiava per ottenerne l’armonia dei colori; presenziava molto spesso i lavori, rialzando la coda del suo abito da camera in mezzo ai ciarpami, senza tossire per la polvere che era nell’aria, senza disturbarsi pel rumore dei colpi di martello. In tre settimane tutto fu pronto. Non mancavano che i fiori ed alcuni quadri che dovevano arrivare dalla villa Sangiorgio a Sorrento.

Dei quattro appartamenti al primo piano, uno era riserbato al conte zio, Domenico Sangiorgio, e lì non si era cangiato nulla; il secondo serviva per ricevimento: tre salotti, stanza da giuoco, stanza da fumo, due grandi saloni da ballo, tutto rifatto da cima a fondo. Gli altri due appartamenti, uno per la duchessa, l’altro pel duca: poichè subito essi avevano adottato l’uso, tanto aristocratico da essere regale, di avere due appartamenti. Per dare questa disposizione, nessuno dei due aveva avuto bisogno d’interrogare l’altro: si erano intesi così, perfettamente, senza dirselo. Dalla grande anticamera comune, per la porta a dritta, si entrava da Beatrice; per quella a sinistra da Marcello: Beatrice aveva un salotto, una stanza da lavoro col suo pianoforte, uno spogliatoio, la stanza da letto; Marcello aveva anche il salotto, lo studio, lo spogliatoio e la sua camera. Queste due camere erano daccanto, parallele, divise da un muro e da una porta. Proprio sembrava che il primo duca Sangiorgio, che aveva fatto edificare il palazzo, avesse indovinato le lontane inclinazioni dei due sposi.