Pagina:Cuore infermo.djvu/113

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Parte terza 113

egli cominciava a provare un fastidio, un’inquietudine strana. «Eccola, ora viene, sta per giungere, apre la porta», diceva fra sè, morsecchiandosi le labbra. D’un tratto, quando Beatrice era presso lui, l’inquietudine cessava. Egli si rizzava, calmato, composto, freddo, ponendo ogni studio ad imitare la condotta di lei. Il suo contegno non aveva più nulla di strano. Egli sorrideva lievemente, di un sorriso che era il riflesso di quello di Beatrice; la guardava senza turbarsi; scambiavano brevi parole su cose indifferenti, senza mai un sottinteso. Soltanto la sua cortesia si era sempre più venuta raffinando; egli la circondava di premure ossequiose che ella accettava, ringraziando con un gentile cenno del capo. Pareva che Marcello si ostinasse, quasi per divergere il suo pensiero da altre idee, ad occuparsi di tutte le piccole cose che erano fra sua moglie e se stesso. Diventava minuzioso. A tavola quasi le faceva la corte. Una corte punto insistente, punto da innamorato. Le parlava con dolcezza, mai sottovoce, senza fissarla troppo. Si trovavano sempre d’accordo su quello che dicevano, e quindi assai spesso tacevano, con un’aria soddisfatta e raccolta. Avvenivano dialoghi simili:

— Quel tuo abito color lontra va bene col cappello ricamato di perle, Beatrice.

— Ti pare? L’ho pensato anch’io.

— Andrai con quello alle corse?

— No, con quello azzurro, in raso.

— Buona idea. Con la primavera, un abito azzurro è di rito.

— Già.

Ovvero:

— Oggi Cassano aveva una bella pariglia di meklemburghesi alla passeggiata, Marcello. Credi tu che faremmo bene a comperare una pariglia anche noi?

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