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118 Cuore infermo

un carattere d’ironia, egli impallidì, si turbò, non potette rispondere subito. Lo fece dopo, a voce bassa, quasi parlasse a se stesso.

— ... Stamattina mi sono sentito molto solitario. Molta gente che ho incontrata, sorrideva. Certi bambini avevano la testolina bruna e ricciuta. Sono venuto qui per non vederli.

— Voi soffrite, Sangiorgio — disse Lalla lentamente, chinandosi verso lui.

— Non molto. Grazie. È cosa passeggera. Vi annoio forse?

— Non molto — rispose lei ridiventata fredda.

Tacquero. Un raggio di sole filtrava attraverso le tendine appena dischiuse. Lalla vi guardò.

— Il sole in città non serve — disse poi — basterebbe che vi fosse in campagna. Le città bruciano e s’inceneriscono nel sole.

Marcello si alzò e andò a disporre in diverso modo le tendine.

— Ecco distrutto il sistema solare, contessa. Se vi piace, potete supporre che fuori vi sia in cataclisma.

— Dite delle stranezze.

— Siamo qui per questo, contessa.

— Infatti, è vero. Se volete, facciamo e diciamo delle cose molto irragionevoli, Sangiorgio.

E lo saettò di uno sguardo nero nero, di un sorriso fremente. Egli curvò il capo senza nulla dire. Ella cavò dalla tasca una fialetta di profumi e la fiutò lungamente. Un po’ di colore salì alle sue guance smorte: una fiammolina lieve. Si adagiò meglio nel suo angolo.

— Sangiorgio, pensate voi a qualche cosa?

— Certo, contessa; anche a qualcuno.

— Badate che non mi piacciono terze persone nel