Pagina:Cuore infermo.djvu/145

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Parte terza 145

fanciulla questa parvenza che tutti dicono indifferenza, e ne ho tanto avuto bisogno, che è divenuta il mio carattere. Tanto meglio. Chiamatelo egoismo. Non lo nego; ma io so che voi non potete chiamarlo così. Io non farò un passo, un gesto per abbandonare la mia salvaguardia; io non intendo i sacrifizi, le abnegazioni. Voi lo avete detto: io non ho il cuore di mia madre. Fosse anche vero che nessun legame vi sia fra il cuore fisico ed il morale! Se il germe del male è in me, non io volonterosa gli darò la facoltà di scoppiare; io non amerò, io non sarò inquieta, ansiosa, gelosa, io non soffocherò i miei dolori ed i miei lamenti. Se la cattiva fortuna ha voluto che io sposassi Marcello Sangiorgio, uomo di me innamorato, io vincerò la cattiva fortuna. Se egli cerca fuori di casa altre consolazioni, non posso dolermene. Nè voi chiedetemi altro, nè costringetemi a ripetere quanto ho detto, perchè questo mi turba. Fo di tutto per creare intorno a me la quiete; non vogliate distruggerla. Per lasciarmi vivere, lasciatemi tranquilla.

Rimasero silenziosi. Il viso pallido di Beatrice riprendeva il colorito roseo; il padre la fissò in volto lungamente, ansiosamente.

— Tu hai ben detto — egli mormorò con voce tremante. — Il Signore ti dia lunga vita.

— Grazie, padre mio.

Egli uscì. Ella restò immobile un momento, poi avvolse il gomitolo, appuntò l’ago sul ricamo, coprì tutto con la tovaglia di tela e andò a riporre il telaio al suo posto.



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