Pagina:Cuore infermo.djvu/155

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Parte quarta 155

immancabilmente di ritorno per le sei. Marcello l’attendeva, fumando un sigaro. Discorrevano a tavola del tempo buono, dei villeggianti. Ma se il silenzio sopraggiungeva, nessuno dei due si dava più la pena di romperlo. Le apparenze della più profonda indifferenza erano ormai fra loro. Se Marcello era giunto a rassegnarsi, la rassegnazione doveva essere completa. Non si curava neppure di nascondere la sua distrazione, il suo pensiero assente, la sua premura di partire subito. Dopo pranzo, prendevano il caffè sul terrazzo, dove i servi vi portavano un tavolino e delle sedie. Subito dopo, Marcello salutava e andava via. Beatrice rimaneva sola, nel tramonto lungo e malinconico.

Ella, naturalmente, non aveva alcun languore poetico in quell’ora, ma quantunque la natura non arrivasse a commuoverla, lo spettacolo era sempre così stupendamente bello, che esercitava una qualche attrazione sul suo spirito. Le fiamme rosee e violette che incendono l’orizzonte, le trasparenze opaline del cielo, l’ombra che sale dalla valle e poco a poco conquista le colline, la vetriata di una finestra che va in fuoco, mentre le altre sono già nere; la caduta minuto per minuto, di quanto fu lucido e fulgido, nel bruno uniforme: anche un’anima secca ed arida non abbandona tale vista. Quando la notte era venuta, a volte era presa da un grande senso di freddo. Si avvolgeva nel suo scialle che portava sempre con sè: l’impressione durava poco. Restava ancora là. Non guardava le stelle, di certo. Non amava neppure quelle. Non sapeva neanche ella stessa che cosa guardasse. Si alzava poi, e si faceva portare i lumi nella stanzetta rotonda che formava la torricella-belvedere. Ivi leggeva, sfogliava gli albums che Marcello vi aveva ammonticchiati da scapolo, scorreva i giornaletti di mode o di letteratura che erano giunti con la posta