Pagina:Cuore infermo.djvu/171

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Parte quarta 171

una noia mortale, che gli si leggeva negli occhi. Nè lei gli aveva chiesto nulla; sapeva da tempo quanto lo infastidissero i balli. Ora ella si lasciava andare al senso beato di riposo, in una carrozza che camminava senza scosse, in un’aria benefica e dolce; anzi sotto il suo mantello di casimirra bianca, ricamato d’oro, di cui aveva rialzato sul capo il cappuccio, sentiva un po’ di caldo. Ma le giungeva tanto gradita quell’inerzia, che non voleva muoversi per prendere il ventaglio, buttato sul sedile rimpetto, insieme ad un mazzetto di garofanetti bianchi. Così in quel rallentarsi dei nervi, in quel cullamento fisico che arrivava a procurarne uno morale, ella si ricordava di dover dire qualche cosa al marito; ma non sapeva bene che cosa. Si fermava a cercare un poco nella sua memoria, socchiudendo gli occhi, divertendosi in quel piccolo lavorìo.

— Hai parlato con Amalia? — domandò finalmente.

— Sì, un momento solo; era malinconica.

— Infatti...

Ella tacque. A sinistra, la montagnuola coronata di agrumi, dalla base di tufo giallo, scavata in vani profondi, rettangolari, saloni singolari, in cui giacciono alla rinfusa grossi massi di tufo, dai profili duri e spiccati. A destra un filare di alberi che corona la rupe a picco sul mare; ed il mare chiaro che si disperde nelle lontananze dell’orizzonte e pare non finisca mai, mai. Talvolta il filare d’alberi è un cespuglio di rami che si intrecciano, s’inchinano sulla rupe, lasciando per un buco rotondo come un pozzo, vedere un pezzetto di mare, talvolta il filare sparisce; rimane un muretto, una siepe bassa. Si può guardare giù. È profondo; ma non è un abisso. In quella soavità della luce lunare che si infiltra dappertutto, che attacca ad ogni foglia, ad ogni onda, fili bianchi e lievi, come quelli di una tela di ragno