Pagina:Cuore infermo.djvu/189

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

Parte quarta 189

da quelle ubbriachezze pallido, soddisfatto, con una luce negli occhi...

— E poi?

— Poi? come tutte le ebbrezze, quella della sua immaginazione, spinta all’eccesso, divenne sregolata, folle, morbosa. Si distrusse da sè sola, per esaurimento. Il poeta diventò uno stupido.

— La tua storiella è mesta, Marcello.

— No. Non ti ho detto che egli fu felice? Non basta essere stato felice, per quanto più lungamente è possibile? La vita è premio o castigo di se stessa.

— Dimmi qualche cosa di gaio. Ti prego, aiutami a scacciare i miei fantasmi. Ora è il mondo dei sogni che mi spaventa. Parlami della verità, della verità ridente, rosea, azzurra, dorata...

— Sì, anche la vita può essere più bella di una illusione, purchè questa verità sia l’amore. Una volta un giovane si era formato, come tutti quanti, un altissimo ideale della donna che egli doveva amare; aveva per anni consacrato a questo ideale un culto segreto. Poi amò; ma la donna da lui amata nulla aveva del suo ideale. Eppure fu felice...

— La tua storiella vera è triste, Marcello.

— Gli è che noi siamo tristi, Lalla.

— No, non dirlo; ho paura di essere triste. Domani facciamo qualche cosa di molto gaio, di molto allegro...

— Dobbiamo allontanarci di qui...

— È vero, è vero, andiamo ad Amalfi, insieme, per amare...

— Io sono pronto. Manderò da mastro Tore, un armatore, che mi noleggerà una sua barca a vela... Sarà una gita deliziosa. La stupenda idea che hai avuta, Lalla!...