Pagina:Cuore infermo.djvu/191

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Parte quarta 191

— Forse no... — rispose Marcello, cercando ingannare anche se stesso.

— Ma sii franco. Come! Non senti che è lei, lei, proprio lei?...

— Non ha mai suonato, così, di sera...

— Ebbene, stasera ha inventato di suonare. È molto semplice, ella è sola laggiù, forse si annoia...

— ...Ella non amava la musica.

— Che ne sai tu? Hai mai compreso quello che ella amasse?

La musica dette in uno scoppio subitaneo, quasi imponesse loro silenzio. Riafferrati dalle loro superstizioni, tacquero. Erano risvegliati dall’assopimento in cui si erano immersi i loro cuori. Ogni nota di quella musica, che si perdeva nell’aria, aveva prima battuto sulla loro anima. Non pensavano più al compatimento, non pensavano più al perdono. Di nuovo erano dominati dalla inquietudine, dal bisogno di agitarsi. Il breve periodo di tranquillità, quando avevano creduto sottrarsi alla vista di quel lume lontano e vigilante, era scomparso. Ora, il tormento aveva solamente mutato forma; era diventato più assiduo, imperioso.

— La duchessa Beatrice suona molto bene — disse Lalla. — È del Beethoven, mi sembra. Se le rispondessi di qua?

— Non lo farete Lalla — disse Marcello, dandole involontariamente del voi.

— Avete ragione — rispose ella imitandolo per istinto. — Sarebbe inutile.

Si guardarono, muti, con una fredda collera negli occhi.

— ...Molta espressione, molta espressione — mormorò Lalla, prestando sempre orecchio. — Stimo che noi due abbiamo calunniato la duchessa, caro Marcello.