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198 Cuore infermo

qualcuno. Era vuoto, naturalmente. Se ne indispettì. Che avrebbe fatto quaggiù? Da capo diventava impaziente, inquieta. Girò un poco per la stanza, fermandosi dietro i vetri del balcone, fissando l’oscurità della campagna, il cielo che tornava a scomparire dietro le nubi. Poi andò a gittarsi in una poltrona, chiudendo gli occhi come se volesse dormire. Era rimasta due minuti così, quando un nuovo scroscio di pioggia la riscosse. Il salotto le pareva nero, pauroso. Tirò il campanello con forza.

— Accendete un’altra lampada — disse brevemente.

Quando vide maggior luce, quando ogni cantuccio del salotto fu illuminato, parve sollevarsi.

— Accendete anche i lumi in camera mia, Giovannina — soggiunse con una certa dolcezza — e lasciate la porta aperta.

Dal punto ove stava, vedeva una parte della sua camera in grigio-azzurro, quasi calda, quasi sorridente, piena d’una gaia luce.

— La signora desidera andare a letto? — chiese Giovannina, ritornando.

— Che ora è?

— Le dieci e mezzo.

— Resterò ancora; vi chiamerò.

Sola, sempre sola. Fuori la tempesta imperversava. Una gelosia, mal chiusa, strideva ogni tanto sui gangheri, con un piccolo lamentìo. La pioggia cadeva, spinta ora a destra, ora a sinistra, da un principio di vento, sicchè il suo rumore pareva che si allontanasse o si avvicinasse; talvolta pareva fosse cessato e subito dopo ricominciava con più vigore. Salvo la voce variabile della tempesta, salvo il confuso ed immenso balbettìo, non una voce umana, non un grido, non un respiro: la natura era oppressa. Beatrice soffriva: non