Pagina:Cuore infermo.djvu/201

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Parte quarta 201

— Quelle della casa. Sa che ogni sera si portano nella camera del padrone.

— Le porterà a me Giovannina. Domattina verrà a riprenderle.

Non avrebbe dunque saputo con chi era andato via? Nessuno voleva dirglielo? Solo: era solo. Menzogna; qualcuno si doveva nascondere con lui, qualcuno di cui vedeva i perfidi occhi neri, la bocca sarcastica, dietro il volto smorto e stanco di Marcello. Come aveva potuto partire solo? Era impossibile, impossibile, impossibile. Qualcuno doveva essere nascosto nella carrozza, dietro la portiera chiusa, dietro la tendina calata; fosse stata essa là, avrebbe aperta la portiera e sollevata la tendina, per guardare in faccia colei che si celava nell’ombra. Perchè non manifestarsi? Perchè le veniva taciuto il nome di chi aveva accompagnato Marcello nel suo viaggio? Nè lei, Beatrice, avrebbe trovato un mezzo per conoscerlo questo nome? Doveva vivere ancora una giornata, una notte, un’ora, un minuto senza saperlo?

Macchinalmente, quasi che in altro luogo potesse avere dalle mura o dai mobili una risposta, entrò nella sua camera. Si guardò d’attorno, ma non vide nulla. Allora si prese il capo fra le due mani, come se volesse concentrare tutte le idee disperse.

— Ecco le chiavi — disse Giovannina entrando. — Posso svestire la signora?

— No, non ho bisogno di voi. Potete andare a letto.

— Buona notte, eccellenza.

— Buona notte.

Beatrice tese l’orecchio per udire i passi della cameriera che si allontanavano, ascoltò il rumore delle porte che si chiudevano. Teneva intanto l’occhio fisso sul quadrante. Quanto ci voleva perchè tutti della casa