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204 Cuore infermo

una via interminabile, nuda, ignota, sotto la tempesta. Le folate di vento turbinoso ricominciavano, formando piccoli cicloni di acqua. Tratto tratto Beatrice abbassava il capo per istinto. Credeva di camminare da un’ora. Ad ogni passo il suo desiderio potente, insoddisfatto si moltiplicava, diventava precipitoso. Cercava affrettarsi, ma le pareva di essere attaccata al suolo da invisibili legami; se ne distaccava con una pena infinita. D’un tratto il rumore della pioggia cangiò forma, diminuì, fu più sordo. Ella tese le mani innanzi... era arrivata! Era lì sotto la palazzina Torraca. Allora lentamente, con precauzione, ella girò attorno alla palazzina sfiorandone le mura. Si fermava ad ogni finestra del piano terreno: silenzio, oscurità, non un filo di luce. Se ne allontanò un poco per guardare le finestre del primo piano: nulla, chiuse ermeticamente, buie. Ritornò di nuovo, credette incontrare e riconoscere la porta dei servi: nulla, nulla sempre. Cercò il portone, tastò la serratura, trovò il catenaccio; la villa era deserta, abbandonata. Marcello era partito con Lalla D’Aragona.

In quel momento le parve che il cielo si capovolgesse, che il parco le turbinasse d’attorno; fu presa da un terrore sconfinato, terrore della notte, della solitudine, della tempesta, della casa vuota, del pericolo ignoto. Fuggì ansante, chinando il capo sul petto, soffocando le sue grida di dolore. Voleva chiudere gli occhi, ma non poteva; ombre nere le si rizzavano innanzi per impedirle il cammino; schivando l’una andava ciecamente ad urtare contro l’altra, senza sentire il colpo contro il duro tronco. Il vento la schiaffeggiava, sbattendole in viso gli insulti della pioggia; sotto lo scialle inzuppato si erano disciolti i capelli che colavano acqua nel collo; la casimirra dell’abito esalava un odore disgustoso; sulla pelle bruciante s’incollava il ghiaccio della camicia