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210 Cuore infermo

— È una farsa, ci scommetterei — disse fra sè la Giansante.

Il servo annunziò a tempo la principessa di Montefermo e la sua figliuola, il conte Màrgari, il marchesino Caranni. Il gruppo delle signore si sciolse rapidamente, Amalia andò incontro sino alla metà del salone ai nuovi arrivati, misurando i passi a seconda della maggiore o minore cordialità che doveva usare a chi giungeva. La conversazione si allargò. Le signore erano sedute in semicircolo, agitando i ventagli piccoli ed inutili, per quell’istinto costante di movimento che è nella donna; intanto un fuochetto acceso nel camino manteneva un calorico amabile, escludendo l’umidità pesante della giornata di novembre. La Montefermo, sempre più bionda e sempre più sentimentale, aveva portata qualche notizia: parlava della contessina Montuoro, che aveva avuto felicemente un primo bimbo. La contessina stava benissimo, non aveva sofferto nulla — aveva soggiunto la principessa sottovoce, a causa di sua figlia che l’ascoltava, con la sua aria candida di fanciulla trentenne.

— È almeno bello il bimbo? — chiese Amalia.

— Già, somiglia molto al suo papà.

— Allora è brutto e calvo — fece, ridendo, la Giansante.

— Principessa, siete cattiva con Montuoro — mormorò il marchesino Caranni, con la sua voce di flautino.

— Bah! chi è cattivo con lui, dice anche di più...

— La contessina deve essere contenta. Un primo figlio dopo un anno di matrimonio, e maschio — sospirò la Fanny, interrompendo qualche botta feroce della principessa.

— Fastidi e null’altro — osservò la Filomarino. — Per me, almeno per adesso, non amo i bimbi. Mi darebbero noia. Più tardi, forse...