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230 Cuore infermo

pieni di spine, duri, rigidi, stecchiti, come se la respingessero. Nulla le tendeva le braccia. Gl’immensi specchi le rendevano l’immagine di una donna solitaria e miserabile. I quadri preziosi rimanevano smorti, inanimati nelle loro cornici. Non trovava un chiodo a cui appiccare un ricordo. Non avevano parole le stoffe seriche dei mobili. Nulla le dicevano gli splendidi oggetti d’arte, non le cantava nell’orecchio lo scricchiolìo di una sedia. A chi apparteneva dunque quella casa? A lei no. Lei l’odiava. Chi ci era vissuto? Lei no. Nè altri. Era un luogo ricco, splendido, freddo ed immobile. Neppure funebre, perchè la morte suppone la vita. Chi aveva voluto così quella casa? Lei no. La odiava dunque, cordialmente, profondamente, per sempre.

Così non andò più nell’appartamento di ricevimento. Vi si recavano i servi per la pulizia, poi chiudevano tutto. Poco a poco restrinse la sua vita giornaliera nel suo piccolo appartamento; poi in due stanze: quella da letto ed il salottino contiguo. Riunì là dentro il suo pianoforte, i suoi acquerelli, i suoi libri, il piccolo scrittoio, il tavolino da lavoro, i fiori, i ninnoli, le statuette che prediligeva. Volle vivere là dentro, per dire a sè stessa di esserci vissuta. Volle che vi regnasse quell’amabile disordine, quella confusione leggiadra e tutto femminea di cui era stata tanto nemica. Aveva tutto raccolto per ritrovare in quelle due stanze l’intimità, il calore umano e benefico che le mancavano nei grandi appartamenti. Le impregnava della sua persona. Lasciava vagare gli oggetti di acconciatura, i guanti, una sciarpa, un velo, uno spillo d’oro, un anello, sui tavolini, nelle coppe di alabastro, fra i libri. Artificialmente metteva intorno a sè un ambiente nuovo, che riflettesse la sua nuova personalità. Quando usciva di là, comparendo in pubblico, davanti a suo marito ed a suo zio, si rimet-