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236 Cuore infermo

— Dove? Qui sta il punto, zio. Noi non sappiamo dove. Marcello è discreto; non ce lo dirà mai. Nevvero, che non ce lo dirai?

— Certo, non lo dirò. Mi congratulo del vostro buon umore, miei cari. A rivederci: io vi aspetto.

— Sì, sì, verremo — esclamò Beatrice, ridendo ancora.

— Attendici, nipote birbante — gli gridò dietro il conte, mentre Marcello usciva lentamente, a malincuore. Ma quando il vecchio si volse, vide Beatrice che s’affannava, come se le mancasse l’aria.

— Che c’è? Hai troppo riso?

— Sì, ho troppo riso. Vado in camera mia, zio. Voi anche uscite?

— Vado al Circolo a leggere i giornali.

In camera sua Beatrice suonò per la Giovannina.

— È uscito il duca?

— È ancora in camera sua.

— Va bene, potete andare.

Rimasta sola, tese l’orecchio per udire se nella camera attigua Marcello facesse alcun rumore. Poco dopo intese il rumore di un cassetto che era respinto nelle sue scanalature, poi un passo, poi una porta schiusa e rinchiusa con la chiave. Marcello era partito. Ella si rialzò dalla sua seggiola. Una subitanea energia aveva vinto tutte le sue esitazioni. Le era ignota ancora la verità; ma la intravvedeva vagamente. Solo le era ben chiara la sua decisione, decisione irremovibile: voleva salvare il suo amore da un nuovo pericolo. Non pensava ai mezzi. Tutti sarebbero stati buoni. La sua volontà, che non si opponeva più all’amore, si sollevava potente. Non avrebbe tollerato, no. E senza esitare più, pose la mano sulla chiave della porta che separava le due stanze. Era tempo che quella porta non si apriva, era molto