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270 Cuore infermo

arricciate e odorose, di petti candidi tirati a lucido, di marsine nere dallo scollo a cuore. Era il grande momento della partenza, il trionfo degli innamorati, delle bellezzine, degli sfaccendati. Il pubblico delle file superiori scendeva impaziente, preso dal disgusto del troppo divertimento, con la testa intronata, le gambe aggranchite, una stanchezza sul volto. Le ragazze borghesi avevano gli occhi piene di visioni, per tutte le fantasmagorie vedute, e già fantasticavano di volere anch’esse amare liricamente e selvaggiamente come Selika; mentre la gente distinta veniva via pian piano, per nulla impressionata. Le signore lasciavano per terra gli strascichi, per tenere a distanza chi veniva dietro. I veli vaporosi coprivano le teste bionde e brune, le pelliccie coprivano i busti scollacciati; ma sulle guancie rimaneva ancora una traccia del calore fittizio del teatro; gli occhi erano ancora pieni di seduzione e di promesse; i fiori si appassivano, qualche foglia se ne staccava e cadeva. Qualche parolina veniva scambiata, passando. Una mano era stata presa nella folla e stretta. I saluti si incrociavano. Un ventaglio era caduto, per caso, ed era stato raccolto. Una damigella aveva perduto un guanto ed un giovanotto, naturalmente, lo aveva ritrovato. Per lo scalone di destra, scendendo al braccio di suo zio, Beatrice aveva visto suo marito discendere da quello di sinistra, dando il braccio a Lalla D’Aragona.

La vedova era ravvolta in un grande mantello di pelliccia nera, il capo avvolto in uno scialle di trina nera; si appoggiava a Marcello, abbandonandosi, quasi lasciandosi trascinare, ma in realtà trascinandolo. Le due mani erano attaccate al braccio, come un nodo. Ella lo guardava di sotto in sopra, parlandogli a fior di labbro, con la sua aria di uccellino nero ammalato. Egli l’ascoltava ad occhi bassi.