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272 Cuore infermo

venuto. Forse a’ piedi dello scalone del San Carlo era l’ultimo istante in cui lo aveva visto. Oh, Dio! come era possibile questo? Andava su e giù per la camera, trascinandosi dietro la coda del suo abito bianco come un lenzuolo. Avesse almeno saputo dove egli era in quel momento! Da Lalla? Se ne andavano dunque, se ne andavano? Ed egli non sarebbe ritornato un momento? Non aveva dimenticato nulla? Una lettera, un portafogli, un gioiello?

Un rumore improvviso: egli tornava. Lodato Iddio, egli tornava. Sarebbe stato assurdo che non tornasse. Accendeva il lume, girava per la camera... ma a Beatrice non bastava più l’origliare, non la soddisfaceva. Tolse la chiave e guardò pel buco della serratura. Marcello apriva il tiretto della scrivanietta e ne cavava le lettere di Amalia. Poi passò nella parte della camera che Beatrice non vedeva; là v’era il caminetto.

— Brucia le lettere — pensò.

Diffatti un sottile odore di carta arsa si sentì. Dopo cinque minuti, Marcello ricomparve. Cercava qualche cosa sulla mensola dello specchio.

— Vuole il suo anello, forse...

Dopo aver ricercato inutilmente, egli venne alla sua scrivania. Beatrice lo vedeva benissimo. Egli apriva i cassetti, leggeva le carte, le lacerava. Prese un portafogli e lo mise in tasca. Poi prese un foglietto da scrivere. Ma non scrisse subito; rimase con la penna sospesa. Ogni tanto volgeva il capo verso la porta. Poi la penna volò veloce sulla carta.

— Scrive a me...

La chiave girò nella serratura e Beatrice comparve dinanzi a Marcello, meravigliato. Ella, con molta calma, prese una seggiola e si assise presso la scrivania; Marcello, col capo appoggiato alla mano, la guardava.